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VENEZIA – "Una nuvola nera incombe sull'America. Tutti sono arrabbiatissimi. Arrabbiati su come il Paese sta andando. Mentre giravamo sentivo discorsi elettorali che parlavano di muri da alzare e di come rendere forti e grandi gli States. Queste problematiche purtroppo non sono mai morte negli Usa". Come affermazione ricorda vagamente l’incipit del Manifesto del Partito Comunista e il suo ‘Spettro che si aggira per l’Europa’. E’ invece George Clooney a dirlo, alla 74ma Mostra del cinema dove presenta il suo film da regista, in concorso, Suburbicon. Quando lo incontrammo a Cannes per Money Monster si era sentito di tranquillizzarci, disse che Trump non avrebbe mai vinto. E invece.

Suburbicon è un film attualissimo, coinvolgente e politicamente forte, pur essendo ambientato nel 1959 e pur basandosi su una sceneggiatura scritta dai fratelli Coen addirittura nel 1986. Nella tranquilla città-modello il cui nome dà il titolo al film, il marito e padre di famiglia Gardner Lodge (Matt Damon, che era anche nel film di apertura Downsizing) rimane coinvolto in una spirale di violenza e inganno che giace al di sotto dell'innocua superficie. A dargli manforte Julianne Moore, sorella della sua defunta moglie – l’attrice le interpreta entrambe – che nasconde segreti inquietanti fin dalle prime inquadrature. E sullo sfondo, la storia di una famiglia di colore vittima di atti di razzismo e vandalismo, tra cui fa particolarmente impressione l’inclusione della costruzione di un muro che permetta ai cittadini bianchi di non vedere i proprio sgraditi vicini. Esattamente come il muro che il Presidente attuale vuole costruire al confine con il Messico. La struttura sorprende, mettendo in campo elementi che costruiscono un puzzle intrigante, che trova però esplicazione solo a partire dalla metà esatta del film, e anche rovesciando radicalmente certi ruoli come in Psycho di Hitchcock. Il grottesco-ironico tipico dei Coen si spinge qui fino al mostruoso, con una visione cinica e barbara che non lascia speranze se non in una manciata di secondi finale, esaltata da un arioso motivo della colonna sonora di Alexandre Desplat.

“Quando lavoravamo al film – spiega Clooney – non pensavamo a Trump, ma è normale. Se fai film pensando a un argomento di attualità, nei due anni che ci metti a realizzarlo quell’argomento non è più attuale. Penso invece che malauguratamente queste tematiche non passino mai di moda. Il discorso d’odio che ho inserito nel film non lo abbiamo inventato. Era un vero discorso fatto in occasione di una petizione in Pennsylvania. Nessuno si sente razzista o bigotto: 'Quando i negri saranno educati, potranno venire a stare con noi'. Sono cresciuto negli anni ’60 e ’70, con i movimenti per i diritti civili, non ci siamo ancora liberati del nostro peccato originale: aver favorito la schiavitù. Nelle scuole si mettono su scene e rappresentazioni sulla Guerra Civile Americana ma spesso non si spiega che i Confederati erano a favore dello schiavismo, alcuni istituti portano nomi di personaggi che hanno fomentato l’odio. Bisogna fare qualcosa già da ora per chiarire questo messaggio. Ancora oggi diamo la colpa alle minoranze ma non hanno in verità a che fare coi nostri problemi. Nella sceneggiatura originale la famiglia di immigrati non c’era, era solo una storia di sangue. Ma i Coen non sono mai riusciti a girarla per cui eccoci qui. In effetti, è una storia di lucida follia, di gente che cerca di vivere ma fa una serie di scelte sbagliate che la porta alla lucida follia”.

Suburbicon rappresenta questo: la città dove se sei bianco puoi andare in giro in bicicletta ricoperto di sangue e daranno comunque la colpa ai neri – dice Damon –  George mi ha dato una parte che forse non avrei mai avuto occasione di fare. Un cattivo. Così come Payne in Downsizing, mi ha coinvolto perché non ho l’aspetto del divo o dell’americano medio. Si divertono a darmi ruoli inconsueti. Con George solitamente faccio l’opposto di quello che mi dice di fare, quel che conta è il risultato. In questo modo sembra il miglior regista del mondo”.

“Interpreto ben due ruoli – scherza Julianne Moore, che ha tra l'altro partecipato alla cerimonia del alla cerimonia del Franca Sozzani Award assieme al collega Colin Firth, con cui divide lo schermo nel film spionistico-action Kingsman - Il cerchio d'oro, in sala dal 20 settembre – forse volevano risparmiare sul casting. In verità è molto interessante per me capire come la vita di una sorella si ripercuote su quella dell’altra. Nelle prime scene il mio personaggi invita suo nipote bianco a giocare con il bambino nero. E l’unica che lo fa. Perché lei sa cosa vuol dire essere emarginata. Non ha niente, mentre sua sorella ha tutto, ha la famiglia fantastica che voleva avere”.

“Continuo comunque ad essere ottimista, patriottico e a credere nei giovani – prosegue Clooney – e questo nel film si vede. I due ragazzi hanno avuto la notte peggiore della loro vita, ma andranno avanti, faranno meglio. Non c’è niente a suggerirlo se non la colonna sonora. Non ho voluto mostrare esplicitamente cosa fanno, se vengono adottati o altro. Lo lascio immaginare. Desplat ha fatto un lavoro stupendo. Ma mi interessa anche questo: i personaggi negativi non nascono mostri, lo diventano nel corso della storia, per via delle loro scelte. Questo per dire che anche la famiglia tradizionale può non essere il luogo rassicurante che molti credono”. “Dopotutto – rafforza Moore – tutti possono fare una scelta sbagliata. Potremmo perfino immedesimarci con loro. Ma siamo noi i primi a dover consegnare un mondo migliore alle prossime generazioni, non possiamo solo basarci sulla speranza che loro faranno meglio”.

Nel cast c’è anche Oscar Isaac, in una breve ma intensa performance che – spiega Clooney – “era stata scritta per me dai Coen. Ma non mi piace dirigermi da solo, è faticoso, e poi Oscar è stato bravissimo e io non avrei saputo fare di meglio”. Tra il serio e il faceto gli chiediamo in chiusura se lui sarebbe disposto a fare il Presidente e lui risponde: “In questo momento, chiunque abbia voglia di farlo è benvenuto. Deve essere un lavoro divertente”.

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