/ NEWS

TORINO - La storia italiana e le sue Caporetto raccontate nel documentario di Davide Ferrario Cento anni, al TFF (Festa mobile) e in sala dal 4 dicembre con Lab80 film. Un viaggio attraverso le sconfitte e le riscosse italiane, a partire da quella storica di cui ricorre il centenario, la disfatta di Caporetto, una parola diventata da allora la misura di ogni catastrofe civile italiana, di cui nel documentario viene raccontato cosa è successo dal punto di vista civile e sociale: i profughi interni residenti sul Piave costretti al trasferimento forzato nelle terre occupate; i prigionieri italiani vessati dopo il loro ritorno dallo Stato e ripudiati dagli stessi familiari; le donne violentate e i bambini nati da quegli stupri abbandonati nell’Ospizio dei Figli della Guerra, un luogo paradossale deputato ad accogliere orfani con genitori vivi. “Ciclicamente noi italiani abbiamo delle Caporetto, in ogni settore – sottolinea Ferrario-  sembra che le sconfitte rivelino, meglio delle vittorie, il nostro carattere nazionale. La sconfitta ci mette nella necessità di muoverci per allontanarci da quella condizione, è lo status migliore della speranza. In un certo senso è come se per noi la tragedia fosse necessaria". 

Il film è diviso in quattro parti, ognuna con un’estetica e uno stile differente. “Non volevo fare un discorso lineare, ogni episodio ha la sua regola del gioco ed è un tassello preciso che ricostruisce un’immagine di questa Italia”. Così mentre il capitolo su Caporetto è raccontato come in una messa in scena teatrale, in cui gli attori si muovono in altri luoghi che hanno segnato altrettante sconfitte italiane - dalla Risiera di San Sabba, al Vajont, al Piave- la parte successiva, incentrata su fascismo e resistenza, utilizza i filmini amatoriali degli Anni ’20 e ’30 per restituire la vita familiare e la quotidianità di quegli anni. La storia che racconta è tratta dal libro L’eco di uno sparo di Massimo Zamboni in cui lo scrittore racconta la vita del nonno fascista, ucciso in un agguato da due partigiani, che a loro volta nel dopoguerra diventano nemici fino a che, anni dopo, l’uno uccide l’altro. La parte vittoriosa diventa la parte sconfitta, vittoria e disfatta si presentano insieme ed è difficile tracciare un confine. “Una cosa molto italiana, siamo un popolo di fratricidi che ama spezzarsi in due, prima tra fascisti e antifascisti, poi anche gli antifascisti si sentono fratelli che devono dividersi. Per quanto Massimo Zamboni racconti una storia terribile, il sentimento che ne viene fuori è quello di un progresso maturo. È l’unico libro sulla Resistenza in cui viene fuori la necessità di una pacificazione radicata alla terra, all’essere uomo in un certo territorio”. 

Ferrario passa poi a raccontare gli anni di piombo, e lo fa attraverso la bomba di Piazza della Loggia a Brescia del 1974, che fece una strage di cittadini antifascisti, indagata attraverso tanti primi piani e tante interviste a chi c’era e a chi ha perso qualcuno, a partire dal presidente dell’Associazione Familiari Vittime della Strage, Manlio Milani, che in quell’occasione ha visto morire tra le braccia la giovane moglie Livia e che interrogato su cosa servano i morti, risponde, pacificato: ‘A capire le ragioni per cui sono morti’. “Ho scelto Brescia perché è l’unica vicenda di quel tipo che ha prodotto una memoria civile condivisa. I bresciani sono stati in grado di elaborare il dolore in coscienza comunitaria e di passarla alle generazioni giovani. In questo senso, Brescia è diversa da altri post-attentati, dove nelle piazze ancora oggi si scende in piazza divisi e infuriati”. 
Ma  oggi siamo di fronte ad un’altra Caporetto, indagata in Cento anni, quella demografica, meno evidente ma a cui non siamo ancora in grado di dare risposte. Un'emorragia che non sembra in grado di fermarsi, quella dell’Italia, soprattutto del Sud e delle sue aree interne, che si sta inesorabilmente spopolando. A far da guida in questo  territorio che sembra dimenticato da tutti Franco Arminio, poeta e ‘paesologo’ che racconta un meridione molto diverso da quello a cui Gomorra ci ha abituati.  “La desolazione di Franco è quasi ironica, c’è una forza nella sua desolazione raccontata”, sottolinea il regista. “E’ un paradosso che l’Italia, nazione di paesi e di montagne, in qualche modo proprio a quelle montagne e a quei paesi abbia voltato le spalle -  denuncia Franco Arminio. Così sulle coste assistiamo a una sorta di ematoma urbanistico, mente sugli Appennini si muore di anemia, non arriva abbastanza sangue. Ma questi luoghi più spopolati sono quelli più intensi dell’Italia, posti in cui si ritrova una bellezza particolare che nasce dalla desolazione, dalla ferita e  dallo squarcio, e dai quali sgorga fuori un’incredibile energia". 

VEDI ANCHE

TFF 2017

Ad