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LECCE. Seconda volta al Festival del cinema europeo per la regista ungherese Ildikó Enyedi (1955) che con Simon Mágus vinse nel 2000 la prima edizione. Di recente ha partecipato alla notte degli Oscar, dov'era nella cinquina per il Miglior film straniero con l'intenso Corpo e anima (Orso d’oro nel 2017), storia di una giovane e di un uomo maturo, colleghi di lavoro in un mattatoio, che vivono la notte, senza saperlo, lo stesso sogno. “Gli Oscar sono un show televisivo, per noi europei sono importanti i festival di Berlino Cannes e Venezia. A Los Angeles io e mio figlio ci siamo divertiti come turisti n un safari”.

Ora la regista sta preparando The Story of My Wife, suo primo lungometraggio in lingua inglese, tratto dall'omonimo romanzo scritto nel 1942 dall’ungherese Milán Füst che la regista ha amato molto nell’adolescenza. Sarà interpretato dalla francese Léa Seydoux e dal norvegese Anders Baasmo Christiansen. La particolarità di questo film è che ogni personaggio parla nella propria lingua: i diplomatici in francese, i medici in latino, mentre i marinai parlano l’inglese. Quando ci sono delle incomprensioni l’inglese interviene come lingua di comunicazione per  tutti.

“Il focus del romanzo è una storia d’amore appassionata all’interno di un matrimonio, ma nel mio adattamento il punto di vista adottato è quello del protagonista maschile, del marinaio - spiega la Enyedi - E' un capitano abituato a far rispettare le regole molto precise della vita marittima, non conosce esitazioni. Commette però l’errore di innamorarsi e sposare una donna francese, interpretata da Léa Seydoux, ma quando va a vivere con lei a Parigi, il capitano si rende conto che le regole della vita parigina sono molto più sfumate, complesse rispetto a quelle marine, e disperatamente cerca di trasformarle. E’ una storia dolorosa, il capitano perde la propria integrità, tutti i punti riferimento. Ma nel film ci saranno anche dosi di ironia e humour”.

Come affronta il lavoro duro e impegnativo del regista? “E’ molto importante conservare il bambino che è in noi. Da bambini noi abbiamo una coerenza interna, un carattere compatto che finiamo per perdere nel momento in cui, crescendo, siamo soggetti a pressioni dei nostri genitori, insegnanti, colleghi che ci dicono di diventare qualcuno, di realizzarci. Cercare di resistere a queste pressioni e aspettative, conservare la coerenza iniziale sia un ottimo allenamento per recuperare quell’energia primitiva che avevamo dentro di noi”.

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