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Lucas Belvaux, avvezzo solitamente ad atmosfere dark e drammatiche come nella sua Trilogie e in 38 testimoni, è qui alle prese con atmosfere più leggere e riflessive. Anche se il finale non è scontato come potrebbe sembrare. Tra gli interpreti Emilie Dequenne (che si ricorda in Rosetta dei Dardenne con coi vinse il premio per la miglior interpretazione femminile, ma anche ne Il patto dei lupi in A perdre la raison) e Loïc Corbery, relativamente poco presente al cinema ma con grande esperienza teatrale dietro le spalle. Il film, tratto dal libro di Philippe Vilain 'Non il suo tipo', vincitore di un premio Magritte, che Gremese ristampa l’occasione, è stato acquistato a Toronto dalla Satine Film di Claudia Bedogni, attualmente tra le più coraggiose realtà distributive in Italia (ha portato nel nostro paese Alabama Monroe e Re della terra selvaggia). Abbiamo incontrato il regista per un’intervista.

La differenza principale rispetto al romanzo sta nel punto di vista. Nel libro è il solo personaggio maschile, Clément, a raccontare la storia. Nel film la narrazione è in terza persona e il personaggio femminile, Jennifer, appare paritario.


Il libro è molto introspettivo ma mi sono subito reso conto che una voce fuori campo avrebbe appesantito il tutto. Nella storia c’era un grosso potenziale per una commedia romantica e non lo volevo sprecare. D’altro canto mi è sembrato che il libro si rivolgesse direttamente a me. Jennifer vive nel mondo delle mie compagne di liceo, Karaoke e discoteca, Clément in quello in cui vivo adesso, letteratura e musica classica. Da un punto di vista sociologico è interessante. Io amo entrambi i mondi, le canzoni che canta Jennifer le ho scelte io del resto. E io ho stesso ho sofferto nel vedere i due personaggi incapaci di amarsi per una questione di gusti. Ma proprio per questo li ho voluti mettere in condizione di confrontarsi più che di scontrarsi. E’ come se instaurassero un dialogo, uno scambio.

Si tratta anche di un film sui luoghi comuni. Clément è un professore di filosofia parigino che si ritrova catapultato in una provincia che trova inospitale. Jennifer ha sempre vissuto lì e il suo orizzonte è piuttosto ristretto. Serate con le amiche e riviste di gossip…

Certamente ognuno ha un’idea precostituita del mondo dell’altro, ma io non penso che uno abbia assolutamente ragione e l’altro assolutamente torto. Entrambi sono influenzati dai loro pregiudizi. Quello che dice e pensa Jennifer degli intellettuali parigini non è più simpatico di quello che dice e pensa lui delle parrucchiere di provincia. Ma c’è sempre una verità in fondo ai luoghi comuni. Ma è questo l’aspetto interessante: vedere cosa è vero e cosa no, dove uno ha ragione e dove ha torto.  Alla fine entrambi si trovano arricchiti: tanto che lei dice alla sua baby-sitter di studiare, di andare bene a scuola, di allargare i propri orizzonti. Scopre che nei libri non c’è solo la storia, ma anche una visione del mondo. Lui impara che dopotutto non è male ogni tanto lasciarsi andare, cantare, ballare e dimenticarsi del mondo che ti circonda. Entrambi erano intrappolati in un mondo chiuso, e quando si incontrano la loro storia d’amore apre gli occhi a entrambi.

Ma Jennifer cosa trova in questo professore della città, volendo anche un po’ noioso? Perché si innamora?

Non solo perché è bello. Ma soprattutto perché è generoso. La ascolta e le dimostra di essere interessato a quello che lei dice. Lei ha una visione degradata di sé stessa. E’ una ragazza madre, si sente già un po’ vecchia, si tinge i capelli, si trucca in maniera anche eccessiva, perché pensa che gli uomini non possano interessarsi a lei che per il suo fisico, il suo charme. In sostanza proietta su di sé quello che pensa che gli uomini trovino attraente. Crede che gli uomini preferiscano le bionde sotto i 35 anni, e che non siano in grado di impegnarsi in una relazione duratura. E’ una sua nevrosi o sono gli uomini che glie la confermano? Non lo sappiamo. Ma a un certo punto arriva questo tipo che la ascolta e la definisce ‘parrucchiera kantiana’. E’ questo che ai suoi occhi lo rende irresistibile. E del resto è quello che fa lui anche con i suoi allievi. Jennifer è una specie di Bridget Jones salvata dalla filosofia? Potrebbe essere, sì.

Alla fine lei fa una scelta radicale. Il finale è aperto. Per alcuni è un’affermazione per altri un suicidio...


Non mi metto certo a fare da arbitro. Forse non è una liberazione, ma quel che fa è un grande atto di libertà. Non è un personaggio che può pensare al suicidio, anzi, è estremamente vitale, cerca il bello in tutto, vorrebbe vivere in un film di Jacques Demy. Però sì, ha ragione, quell’atto è presentato e vissuto come un suicidio, specie da parte di chi la circonda.

Nel film c’è tanta musica, per via della passione di Jennifer per il Karaoke. Un altro film dìoltralpe, La famiglia Bèlier, che è uscito di recente, si basa molto su questo aspetto. E’ in corso una nuova via francese verso una rinascita del musical?


In realtà è un aspetto molto tradizionale che ha sempre caratterizzato il nostro cinema, fin dagli anni trenta. Nel 1934 i distributori di L’Atalante di Jean Vigo rititolarono il film Le chaland qui passe, dal titolo della canzone cantata dal protagonista, che poi era l’adattamento della vostra Parlami d’amore, Mariù. Una sorta di merchandising ante litteram, che permetteva poi di vendere facilmente gli spartiti del pezzo. Ci sono tanti classici francesi che hanno come centro la musica, anche nella Nouvelle Vague si cantava parecchio, anche se lì si trattava per lo più di pezzi originali.

Allora il film si poteva chiamare I will survive, come la canzone che canta Jennifer…

Perché no…

Come è arrivato a scegliere Emilie? Sappiamo che oggi si dedica soprattutto a fare la mamma…

E’ una storia strana, perché effettivamente era un esempio di casting perfetto. E io non mi fido dei casting perfetti. Molti attori, se sono perfetti per il ruolo, non si impegnano, si danno per scontati. Mentre io voglio che lavorino, che diano qualcosa al personaggio.  Insomma, era un’idea fin troppo buona. Non ho mai avuto per un film gli attori a cui avevo pensato in un primo momento e di solito è andata meglio così, come con Ornella Muti nella Trilogie. Comunque avevo pensato anche a Sophie Quinton, con cui avevo già lavorato, ma non era disponibile. Alla fine ho parlato con Emilie e mi sono reso conto che… beh, a non sceglierla sarei stato uno stupido. Aveva letto il copione una volta ed era totalmente dentro il personaggio. E poi reagiva, non è solo talentuosa ma lavora tanto. Per questo brucia tutti i personaggi, gli da tutte le sfumature possibili al punto che dopo il film non puoi più  pensare allo stesso personaggio interpretato da un’altra attrice, né che lei possa interpretare un altro personaggio. Cancella tutti i suoi ruoli. Con Jennifer aveva dei punti in comune e li ha fatti fruttare al meglio.

Solitamente si rivolge a storie drammatiche. Questo è il suo primo film d’amore…

Non ne sono troppo sicuro, comunque non c’è niente di calcolato. Non dico ‘ho fatto un film dark, ora ne voglio fare uno leggero’. Ho ascoltato alla radio un giornalista che parlava del libro e ho avuto voglia di adattarlo. Poi mi pongo domande formali, come farlo, come lavorarci, come suscitare interesse nello spettatore. Oltre che in me stesso, naturalmente…

Nelle relazioni d’amore esiste la lotta di classe?

Esiste ovunque, e non solo come ideologia. Non dico che la società non è mai stata tanto retta dalla lotta di classe come ora ma c’è, in tutte le relazioni, i rapporti di lavoro, perfino nei momenti di svago.

E’ molto forte suo film il rapporto tra città e provincia. E’ più facile per un parigino penetrare nella provincia rispetto al contrario? La città è inaccessibile?


Certamente la Francia è molto centralizzata e il potere è concentrato a Parigi. Non affermerei però che per un intellettuale parigino andare a vivere in provincia sia facile. I provinciali sono ostili perché credono vhe chi viene dalla capitale li guardi dall’alto in basso. Jennifer stessa dice a Clément: non mi baciare davanti agli altri, mi prenderebbero in giro. Perché sei intellettuale e parigino. Più che mai se la provincia non è la propria, come un marsigliese che si trova a Strasburgo, per dire. Io personalmente vengo addirittura dalla provincia belga e a Parigi non ho mai avuto problemi. E’ accogliente, attraente, permeabile. Anzi, Parigi è fatta di provinciali, che si trasferiscono lì e che si rigenerano ciclicamente. Conosco però parecchi parigini che in provincia vengono presi dall’angoscia, non riescono a viverci. Non dormono perché c’è troppo silenzio.

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