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Ispirandosi a fatti reali, la pellicola mescola le carte del thriller psicologico e di quello soprannaturale a tema demoniaco, rivelandosi infine soprattutto come una riflessione profonda sull’isteria di massa e la capacità di influenzarsi l’un l’altro, specie presso piccole comunità e con il supporto forte dei mezzi di comunicazione.

Perché ha deciso di rispolverare il filone ‘satanico’?

Gli horror mi hanno sempre attirato e ho sempre pensato di volerne fare uno sul diavolo. E’ un progetto che risale a prima della realizzazione di Agora, il mio ultimo film. Però non trovavo la storia giusta, finché non mi sono documentato e ho scoperto una serie di vicende legate alla violenza e all’abuso durante i rituali satanici, il che ha portato il film verso una strada diversa, da thriller psicologico.

Lei è un po’ un tuttofare. Regista, sceneggiatore, produttore. Perfino musicista.

Da quel ruolo mi sono dimesso. Il set è l’ambiente in cui mi sento a maggior agio. Mi piace interagire con gli attori e quello mi soddisfa veramente. Per alcuni registi questa è la parte stressante ma a me aiuta a tirare fuori il meglio della mia personalità.

Anche la Chiesa, nel suo film, ha un ruolo ambiguo.

Guillermo Del Toro mi dice che esistono due film sul Diavolo: quelli in cui il Diavolo viene da fuori e quelli in cui viene da dentro. Il mio film è parte della seconda categoria. Ho fatto mia quella battuta. La Chiesa Evangelica ha un ruolo importante nelle piccole comunità statunitensi ma non volevo enfatizzarlo troppo, ero più interessato agli aspetti psicologici. Volevo mettere in collaborazione due istituzioni, la scienza e la religione, perché il caso si risolvesse. E mostrare che chiunque può commettere degli errori.

E lei ne commette?

Tutti lo facciamo e tutti impariamo che fa parte della nostra natura, possiamo avere dei momenti di smarrimento ma poi arriva il momento della presa di coscienza.

Di cosa ha più paura, nell’epoca del terrorismo?

Una delle mie paure a inizio carriera era che la crew non mi rispettasse. Quando lavoravo al mio primo film, Faces, cercavo di mostrarmi molto sicuro di me stesso, ma oggi voglio essere soprattutto io a ispirare fiducia, voglio essere una persona alla mano, con cui si possa parlare. E mi piace se qualcuno mi dimostra che posso essermi sbagliato. Se poi parliamo di Isis, ne parlavo proprio un paio di settimane fa a Parigi, e la cosa che mi fa più paura di tutto è la nostra volontà di essere così crudeli e provocare tanto dolore.

Non si può non pensare alla vicenda delle streghe di Salem…

Sì, anche se questa caccia è molto più sofisticata. Ci sono di mezzo i media e la stampa. Quello che ho imparato facendo ricerca è quanto la nostra mente possa essere fragile, e quanto fragili siano i ricordi. Abbiamo la tendenza a dare per scontato che ciò che ci ricordiamo sia vero, ma parlando con altre persone ci rendiamo conto che ognuno immagina gli eventi in maniera diversa, la mente li elabora.

E lo stesso fa con una certa iconografia…

Sì, a me piace giocare con i cliché del satanismo e del Diavolo, abbiamo delle immagini inconsce fissate nella nostra memoria, e tutte queste cose si alimentano a vicenda perché la nostra immaginazione è influenzata da tutto ciò che vediamo o leggiamo, film, libri, tutto. Volevamo un’atmosfera tetra e buia ma non era facile, a Toronto, dove splende il sole come qui o a Madrid.

Da Agora sono passati sei anni. Perché così tanto tempo?

Io nemmeno me ne sono reso conto. Me lo fate notare voi giornalisti. Come le dicevo ho l’idea per questo film da molto prima, ci ho lavorato, ho fatto un percorso e sono arrivato alla fine del cerchio. Quando ero studente dicevo che, da regista, avrei fatto qualsiasi cosa. Era una questione economica, io dovevo viverci. Però oggi penso che invece devo trovare la storia giusta prima di partire con un film, devo raccontare quello che voglio raccontare veramente.

Si è ispirato a qualche film precedente, in particolare?  

Sicuramente a Il Maratoneta, a Tutti gli uomini del Presidente, senza troppi movimenti di macchina, musica o orpelli. E’ un film molto anni ’70. Naturalmente anche i film sul Diavolo come l’Esorcista, dove il Diavolo è percepito come entità reale. In quel periodo nella Chiesa Evangelica si parlava costantemente del ritorno del Diavolo, oggi di quello di Cristo. Nella parte finale di questo film, però, l’aspetto horror decade. Da bambino mi spaventavo e l’idea mi piaceva. E’ vero, disarmiamo il meccanismo della paura, ma penso anche che non bisogna lavorare solo con la parte razionale, bisogna restare aperti alla fantasia. Non mi colpisce tanto la nostra capacità di ingannare ma la nostra volontà di credere.

Ha sempre pensato a Ethan Hawke per il ruolo principale?

No, non quando ho scritto il personaggio, ma è un attore che ho sempre ammirato e aveva una buona sensibilità nei confronti del progetto. Ha capito dove volevo arrivare e mi ha chiesto di parlargli del personaggio. Lo abbiamo affrontato in maniera minimalista facendo riferimento ai film che conoscevamo. Nel film, grazie all’ipnosi, emergono ricordi nascosti di alcuni presunti testimoni, ma questo sistema ormai non è più utilizzato.

Pensa che possa essere pericoloso?

Non per me, naturalmente, io mi sono divertito a giocare con le immagini, i luoghi comuni, le facce. Ho usato i cliché. Il film si chiude con vista sul mare. Come Mare dentro. E’ semplicemente un elemento che mi piace e un segno di speranza. E poi finalmente mostravo una bella giornata di sole.

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