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TRIESTE - Trentaquattro anni dopo aver prestato il volto al replicante Roy Batty in Blade Runner, poi divenuto l’icona stessa del cinema di fantascienza, Rutger Hauer conserva ancora lo stesso sguardo magnetico, gli occhi di ghiaccio, il viso squadrato che veniva rigato dalla pioggia mentre pronunciava uno dei monologhi più osannati nella storia del cinema: “Io ne ho viste cose che voi umani...”.

Il poliedrico attore olandese, interprete in più di ottanta film tra cui Ladyhawke di Richard Donner, The Hitcher – La lunga strada della paura di Robert Harmon, La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi, è a Trieste, ospite del Science + Fiction Festival che gli ha assegnato il Premio Urania d'Argento 2016 alla carriera. Affabile, grande amante delle sfide, osservatore curioso e ormai da più di vent’anni attivista nel campo del sociale e in favore di associazioni ambientaliste, Hauer ha ripercorso nel capoluogo giuliano alcuni momenti cruciali del suo percorso artistico cominciato negli anni '70 in Olanda assieme al regista Paul Verhoeven, prima di approdare a Hollywood.


Lei è un attore molto eclettico. Lungo la sua carriera ha lavorato per il cinema di genere e per quello d’autore, con registi anche molto differenti tra loro per approccio, è passato dall’ambiente europeo a Hollywood. Come ha affrontato tutti questi cambiamenti?

E’ vero, ho vissuto esperienze molto diverse. Ma è anche vero che il mio lavoro consiste principalmente nel recitare dei ruoli, per me è lo stesso farlo a Hollywood o altrove. Anche se c’è un budget consistente o meno, non fa alcuna differenza. Cambia piuttosto il fatto che ogni regista è unico, così come ogni sceneggiatura è a sé. Personalmente ritengo più interessanti le produzioni a basso budget, si rischia di più e questo è un aspetto che trovo molto stimolante. Le grandi produzioni puntano tutto sulla sicurezza. Lo capisco, ma come attore è molto più noioso.

Ha cominciato con Paul Verhoeven. Allora la scena cinematografica era completamente diversa, rispetto a oggi. Quando ci siamo conosciuti lui aveva 33 anni e io 29, avevo ancora tutto da imparare. Con lui ho girato 5 film e una serie tv. E’ stato incredibile, se ci penso, il modo in cui ho cominciato a lavorare per il cinema. Una fortuna, una coincidenza. E’ come se fosse stato il destino a guidarmi. Verhoeven è come uno scienziato pazzo, un selvaggio, aveva un suo punto di vista e penso che potrebbe uccidere qualcuno pur di ottenere l’inquadratura che sta cercando. Con lui ho recitato il mio primo ruolo. Ho cominciato impugnando una spada in sella a un cavallo, con qualche battuta di dialogo. Era la prima serie tv girata in Olanda in quegli anni, in bianco e nero e ogni episodio durava mezz’ora. Mentre andava in onda le strade erano deserte. Erano tutti a casa davanti alla tv. 


L’incontro con Ridley Scott è stato decisivo, ha segnato una svolta nella sua carriera. E’ stato curioso perché a differenza di tutti gli altri attori, che hanno dovuto sottoporsi a dei provini, a me è stata fatta un’offerta diretta. Ridley era sicuro di volermi per la parte di Roy Batty. Ci siamo incontrati a Parigi per un pranzo durante il quale abbiamo parlato per tre ore di parecchie cose. Tra queste gli ho chiesto che cosa si aspettasse da me, come avrei dovuto interpretare il mio ruolo, che aspetto dovessi avere. Ridley mi ha raccontato la sua idea del film. Per gli aspetti visivi si è ispirato soprattutto a Bilal e fu a quel punto che mi disse che anche se in molti lo ritenevano un regista molto attento agli aspetti “tecnici”, per Blade Runner, pur trattandosi di un film di fantascienza, voleva realizzare un film intimo, basato soprattutto sulla caratterizzazione dei personaggi. Mi ha chiesto di fare il possibile per rendere il mio personaggio più umano degli umani, perché per lui i replicanti erano migliori degli umani.

In seguito ha lavorato anche per il cinema italiano: Lina Wertmüller, Dario Argento, ma soprattutto Ermanno Olmi. La Leggenda del Santo Bevitore sembra essere un ruolo chiave, più “autoriale”. Il film ha anche vinto il Leone d’Oro nel 1988.


Olmi è un regista estremamente sensibile, molto attento agli aspetti visivi dell’immagine, non lascia quasi nulla fuori dall’inquadratura. Anche se i suoi film cercano di essere sempre vicini alla realtà, in qualche modo rimangono pur sempre finzione. Anche quel ruolo mi è arrivato quasi per “caso”. Olmi stava ancora cercando il protagonista per il film quando vide in tv una mia intervista mentre stavamo promuovendo l’uscita di The Hitcher. Ne fu colpito e attraverso i produttori mi fece arrivare un’offerta. Non è stato semplice lavorare insieme perché per comunicare avevamo sempre bisogno di un interprete. Ma ricordo una delle prime cose che mi disse: “Rutger, pensa che questo sia un film d’azione, un’azione che però avviene dentro di te. Queste parole mi hanno toccato nel profondo. Anche se all’inizio ero un po’ intimidito all’idea di questo ruolo, ho capito che lo dovevo accettare.


Come avete lavorato? In parte improvvisando, ma sempre sulla base di una sceneggiatura. E ogni volta che eravamo in difficoltà tornavamo alle origini, al romanzo. Il romanzo era il faro, la sceneggiatura la nostra barchetta, l’improvvisazione il nostro salvagente. Ricordo una volta in cui stavamo girando scene secondarie ed Ermanno sembrava non prestare attenzione. Eppure ci dava sempre indicazioni precise e sapeva benissimo distinguere le riprese da tenere e quelle da scartare. Gli chiesi: come fai a capire qual è la scena giusta se quando giriamo sembri pensare ad altro? Mi ha risposto: “Rutger, è il concerto. Lo capisco dalla sinfonia che viene dai rumori e dalle battute, quando è quella giusta”. Dirigeva i suoi film come una sinfonia. E non gli sfuggiva nulla.


Come si prepara a un ruolo?

Lavoro molto di sottrazione. Per far capire qual è il mio approccio alla recitazione, cito sempre l’architetto Frank Owen Gehry, quello che ha concepito il Museo Guggenheim di Bilbao. Una volta l’ho visto al lavoro. Faceva dei bozzetti e poi li accartocciava e li studiava, poi magari ci ripensava, alla fine li buttava via per tornarci il giorno dopo. Ecco per me la recitazione è un qualcosa di non finito, si può riprendere l’indomani, ci si può giocare e divertirsi. 


Qual è stato il ruolo più impegnativo della sua lunga carriera?
Blade Runner, sicuramente. Mi ci è voluto molto tempo per capire che ero destinato a quella parte. La verità è che se sei nato per una cosa - e l’ho capito solo molto tempo dopo - non importa quanto è difficile. E poi, a pensarci bene, che piacere può dare interpretare un ruolo che non presenti delle sfide? Per me recitare è sempre un momento di gioia, di divertimento. Le cose facili le lasciamo ai morti.


Nel 2017 uscirà Blade Runner 2 a firma di Denis Villeneuve, ma anche il nuovo film di Luc Besson Valérian and the City of a Thousand Planets che prevede la sua partecipazione. Cosa può dirci di questi due progetti? Per quanto riguarda il film di Besson ho girato solo per un giorno e in un ruolo abbastanza secondario, ma Luc è stato gentile a coinvolgermi. Diciamo che si è trattato di fare un favore a un amico con cui non avevo ancora avuto il piacere di lavorare. Per quanto riguarda il remake o sequel di Blade Runner francamente ne so poco e non mi pare un’operazione con molto senso. Ma ovviamente staremo a vedere.


Tornando a Blade Runner: il leggendario monologo, c’era o non c’era nella sceneggiatura? Originariamente la sceneggiatura prevedeva un monologo molto lungo, sembrava l’ultimo atto di un’opera. Con Ridley ne abbiamo parlato, ci sembrava troppo enfatico. Così abbiamo deciso di sottrarre. C’erano già stati momenti molto drammatici, per concludere abbiamo mantenuto solo le parti poetiche, evocative. Semplificandola al massimo, siamo riusciti a rendere quella sequenza indimenticabile. Consiglio caldamente la visione di un documentario che si intitola Dangerous days, racconta in maniera approfondita tutti i retroscena del film. E ce sono parecchi perché è stata una lavorazione complessa. Ma sul set di Blade Runner ho imparato una cosa fondamentale. È quando si presentano i problemi che le cose cominciano a farsi interessanti, sono quelli i momenti che destano maggiormente la mia attenzione. In Blade Runner è successo di tutto, una sfortuna dietro l’altra, eppure il film è diventato una leggenda. Perciò, quando sono su un set, aspetto sempre quel momento perché è allora che il film può prendere pieghe inaspettate. 

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