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TRIESTE - Partire dall’ossessione collettiva per la “sicurezza”, per poi trasformarla in un incubo a occhi aperti. E a questo affiancare un pensiero che va nella direzione opposta, focalizzato sull’incertezza del presente, sulla fragilità del nostro essere, sempre più deboli, a volte perfino incapaci di assumerci le più elementari responsabilità. È da questa idea dai tratti angoscianti, ragionando anche sul rapporto che giorno dopo giorno ci lega sempre più alla tecnologia, che si sviluppa Monolith, il primo film a portare il marchio Bonelli, l’unico italiano in concorso (in anteprima italiana) al Science + Fiction Festival di Trieste.

La protagonista è Sandra, giovane donna e mamma rimasta incidentalmente chiusa fuori dalla sua “Monolith”, l’auto più sicura al mondo, una sorta di fortezza inespugnabile all’interno della quale il figlio David, un bimbo di appena due anni, è rimasto intrappolato. Intorno, per miglia e miglia, si estende il deserto. Per Sandra sarà una sfida ai limiti dell’impossibile, una lotta contro il tempo da cui dipende la salvezza del figlio.

Nel capoluogo giuliano abbiamo incontrato il regista Ivan Silvestrini, al suo terzo film dopo Come non detto (2012) e 2night (2016), con una lunga serie di lavori alle spalle tra serie tv, cortometraggi e web series. Assieme a lui sono intervenuti l’autore del soggetto, Roberto Recchioni, uno tra i più noti sceneggiatori di fumetti italiani attualmente curatore di “Dylan Dog”, e il disegnatore Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ.

Insieme ci hanno raccontato la genesi di questo ambizioso progetto dal respiro internazionale che, a partire dal concept, si è successivamente sviluppato in una duplice direzione: un fumetto (il primo volume sarà disponibile a partire da gennaio) e il film, realizzato nei deserti dello Utah con un budget che si aggira attorno al milione di dollari.

Il tema centrale di Monolith è quello della sicurezza a tutti i costi, un’ossessione che finisce per diventare una gabbia. È un problema molto contemporaneo, sembra riferirsi ai giorni nostri.

Roberto Recchioni: Sì, nella mia idea, quella che io chiamo “nucleo originale”, quando ancora non esisteva una declinazione né nella forma fumetto, né nella forma cinema, questo era il tema centrale. Tutte le mie storie, generalmente, si sviluppano a partire da uno spunto politico e quando è nata l’idea per Monolith stavo riflettendo su quanto siamo disposti a sacrificare della nostra libertà personale in favore di una maggiore sicurezza. L’idea della “macchina più sicura del mondo” mi sembrava da una parte suadente, dall’altra appariva come il simbolo di una cassaforte che ci tiene esclusi dal mondo esterno.


E’ nato prima il film o il fumetto?
R.R.: Prima l’idea, un soggetto non ancora sviluppato secondo un linguaggio preciso. Ho pensato di proporlo per il cinema, ma in un primo momento non si è concretizzato nulla. Così, dopo qualche tempo, ho deciso di realizzarne il fumetto, anche perché i tempi sono più rapidi. Sapevo di poterci lavorare bene, con le persone che mi piacciono e quindi ero certo del risultato che avrei ottenuto. E proprio in quel momento si è mosso qualcosa in ambito cinematografico. La produzione Lock and Valentine si è fatta avanti opzionando la storia. A quel punto avevo due strade davanti a me e ho deciso di percorrerle entrambe. Mi è sembrato naturale far sedere allo stesso tavolo la Bonelli e la Lock and Valentine per avviare qualcosa di inedito.


Ovvero?
R.R.: Ovvero la prima produzione cinematografica della Sergio Bonelli Editore con un progetto che non ha emuli neppure negli USA. Si tratta della stessa storia declinata da due gruppi artistici differenti che hanno lavorato con pochi punti in comune (la presenza di Lorenzo Ceccotti LRNZ e Mauro Uzzeo), ma in parallelo e in maniera indipendente. Quando ho visto il film per la prima volta l’ho percepito come “mio”, perché è la mia storia, ma anche come un’opera di Ivan, perché l’ha sviluppata in autonomia. È già capitato che diverse proprietà intellettuali prendessero derive diverse. Basti pensare a The Walking Dead, di cui sono state realizzate la serie tv e il fumetto, o Games of Thrones, di cui esistono la serie tv e un romanzo. A poco a poco quelle storie hanno acquisito autonomia narrativa, procedendo ognuna per la sua strada. È lo stesso universo, ma con storie differenti. Noi siamo partiti con l’idea di arrivare grosso modo insieme. Come se si trattasse della stessa canzone, suonata da due band diverse.


Visivamente il film risente della commistione tra cinema e fumetto.
Ivan Silvestrini: Se talvolta il film prende una direzione iperrealistica, questa è comunque una cifra voluta. È pur sempre un fumetto. Inoltre l’impostazione visiva del film è stata realizzata insieme a Lorenzo Ceccotti LRNZ, che ha disegnato lo storyboard di ogni inquadratura. Venendo dal fumetto, lui ha un approccio estremamente grafico.


Il film Cujo è stato un riferimento?
I.S.: Quando ho cominciato a lavorare sono stato bombardato di riferimenti. Alcuni li ho studiati bene, altri invece ho evitato di vederli perché temevo di restarne condizionato. Tra questi Cujo. I riferimenti, per me, sono stati altri: Gravity, dove c’era una donna al centro di un viaggio che è anche un percorso interiore, Locke, Buried. Film minimali che fanno viaggiare in parallelo un high-concept che ha un’immagine molto forte, all’interno del quale si cela un percorso interiore.
R.R.: Io però Cujo l’avevo letto. Per me sì che è stato un riferimento. E anche Duel. Credo di aver preso proprio un appunto in cui ho scritto che Monolith avrebbe dovuto assomigliare a Duel, un Duel fermo.


Monolith sembra mettere in guardia dai rischi legati a un uso sbagliato della tecnologia.
Ivan Silvestrini: La tecnologia non è mai buona o cattiva, dipende dall’uso che se ne fa. Siamo noi che possiamo renderla pericolosa. Meno responsabilità ci assumiamo, più deleghiamo alle macchine, e più saremo schiavi di chi le costruisce e le controlla. Attraverso un episodio particolare, nel quale tutti ci possiamo identificare, il film racconta che esistono dei rischi. E siamo noi, come Sandra, che dobbiamo imparare a riprendere il controllo.


C’è anche il tema della maternità, un ruolo che la protagonista fatica ad accettare. Anche in questo senso il film è molto ancorato alla contemporaneità. Ricorda certi drammatici fatti di cronaca: bambini dimenticati sui seggiolini delle automobili nel parcheggio del supermercato…
I.S.: Credo che in generale la maternità tenda a essere rappresentata in maniera troppo idilliaca. In realtà, poi, le madri non sono aiutate affatto e anzi sembra che ci si adoperi sistematicamente per escluderle, facendole sentire un peso per la società. In alcune donne questo fatto, la spersonalizzazione, il fatto di non sentirsi più donne ma madri, genera una frustrazione tale che talvolta sfocia in eventi tragici. Purtroppo ne abbiamo visti e letti molti. Questa storia non solo racconta che dobbiamo domare la tecnologia, ma anche che dobbiamo fare i conti con i lati oscuri della genitorialità, con paure e angosce che vanno affrontate e superate.
R.R.: Non è un caso se a un certo punto gli errori di Sandra, tutte queste pedine di un domino destinate ineluttabilmente a crollare, magari in termini inconsci, sembrano quasi voluti. La mancata accettazione del bambino determina una serie di eventi che finiscono per metterlo in pericolo.


Come avete scelto l’attrice protagonista, Katrina Bowden?
I.S.: Quando siamo arrivati negli Usa, ci siamo divisi i compiti. Lorenzo doveva seguire la realizzazione della Monolith, mentre io mi sono concentrato sul casting e sulla ricerca della giusta interprete. Per un ruolo non facile, perché quello di Sandra non è un personaggio che ispira simpatia immediata. E anche questa è un’eredità che mi porto dal fumetto, mi piace raccontare personaggi che hanno anche delle cose da scontare, che imparano dalle proprie esperienze. Bisognava trovare un’attrice in grado di farsi carico di questo processo di trasformazione, passare dalla rappresentazione di un’americana wasp con una vita agiata e borghese all’immagine di un’eroina da action movie devastata dalla disperazione e dal sole del deserto. Katrina è arrivata uno degli ultimi giorni che avevamo a disposizione per completare il cast. Aveva già interpretato dei ruoli per la tv americana - tutti comici - e alcuni thriller, sempre un po’ grotteschi. Eppure il video-provino che ci è arrivato da New York ci ha fatto pensare che avessimo a che fare con un’attrice molto più sfaccettata, soprattutto empatica. Inoltre Katrina ha creduto tanto in noi, un gruppo di italiani in America con la voglia di fare un film ambiziosissimo, con lei sempre al centro della scena. Ci voleva un gran coraggio ad accettare questo ruolo.


È prevista una distribuzione?

I.S.: Il film uscirà, stiamo definendo proprio in questi giorni le ultime clausole. Per ora segue il suo percorso festivaliero e dei distributori stranieri ci sono già. Tra i marchi che compaiono sui titoli di testa c’è anche Sky Cinema, è il segno che siamo davanti a un film vero.

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