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L’attore Ennio Fantastichini festeggia i 46 anni di carriera dividendosi tra il set di The Music of Silence, biopic di Michael Radford su Andrea Bocelli, e Una famiglia di Sebastiano Riso. Sempre con un certo orgoglio partigiano: “Mi sento partigiano come mio padre: combatto non con i fucili ma con le parole. Da uomo libero, quale sono, non temo di esprimere giudizi e criticare un sistema sempre più soffocante nei confronti degli artisti veri”.

Come sceglie i progetti a cui prendere parte?
Scelgo i film che mi colpiscono. Quelli con storie autentiche come The Musico of Silence, feroci come Una famiglia, o con una loro delicatezza poetica come La stoffa dei sogni. Quelli che sanno fare a meno di fiumi di parole inutili: il cinema non è verbosità, ma luci, suoni, ambienti. La tv nel suo pleonasmo didascalico ci ha abituati male, ci spiegano tutto, troppo. A me piacciono i film dove l’attore è chiamato a fare il suo mestiere: raccontare una storia. E renderla credibile, questo marca la differenza tra un cane e un bravo attore.

Chi individua oggi in quest’ultima categoria?
Di attori bravi ce ne sono ben pochi. Tolti talenti giovani che spesso restano sconosciuti, sono corpi o accessori in un Paese che scambia la bellezza per una qualità e non per un dono che passa in fretta. Mi piace molto Elio Germano, un altro vero combattente, e Luca Marinelli, bravissimo in Lo chiamavano Jeeg Robot. Mi fa piacere pensare di passare a loro il testimone.

Ha mai pensato di passare alla regia?
Lo farò il prossimo anno, dopo due grandi rientri a teatro. Sarà un film pirandelliano ispirato allo stile dei Dardenne: vorrei indagare il tema del pregiudizio e dell’apparenza che inganna raccontando la storia di un’amicizia tra un uomo della mia età e una ragazza di 15 anni. E’ un film che racconta il degrado della società e la realtà del Paese.

Una risata non ci seppellirà, non ancora?
Spero di no, anche se pare che il nostro pubblico reagisca bene solo a commedie deficienti. Lo stato di salute del nostro cinema è pessimo: è un cinema completamente piegato al mercato. Conta più l’incasso della qualità. Si fanno quattro film importanti l’anno, il resto finiscono in un mucchio di incuria. E così finisce che un film mediocre incassa milioni, mentre un film importante non lo vede nessuno. Andiamo, Checco Zalone non è cinema. Il cinema non è un antidepressivo: è esplorazione, approfondimento, conoscenza. Un film come Babel di Inarritu, invece, ti entra nell’anima e ti cambia la vita.

Cosa si potrebbe fare per cambiare le cose?

Purtroppo non vedo soluzioni a breve termine: ci vorranno almeno cento anni per recuperare i danni di contenuti e di etica di questi ultimi decenni di politica. Il pubblico italiano è sadico, ride sul male degli altri, ride su film comici deficienti. L’Italia va così, arroccata su privilegi medievali e successi slegati da reali competenze. Per fortuna esistono eccezioni. Penso a Sebastiano Riso, che mi ha scelto per un piccolo ruolo nel suo nuovo film, duro e intransigente, che sfida il bigottismo religioso contemporaneo trattando temi molto duri, e parlando di adozione gay in modo diretto attraverso il mio personaggio. Che fatico a definire omosessuale: quando mi presento non dico certo “Ennio, un eterosessuale”, la definizione stessa è un gesto di omofobia.

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