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Vitalij Manskij: "Il sapore della libertà"
Beatrice Fiorentino

Regista e produttore tra i più importanti del cinema russo contemporaneo, è ospite della 28ma edizione del Trieste Film Festival che propone otto titoli della sua filmografia

TRIESTE - Vitalij Manskij è regista e produttore, uno dei più importanti documentaristi del cinema russo contemporaneo. Nato nel 1963 a Lviv (Leopoli, ora in Ucraina), ha vissuto a lungo a Mosca per poi trasferirsi, due anni fa, a Riga. Nel 2006, nella capitale ex sovietica, ha fondato Artdokfest, festival “dell’opposizione” che ancora oggi dirige nonostante le aperte ostilità da parte del governo russo. Quest’anno Manskij è uno degli ospiti d’onore alla 28ma edizione di Trieste Film Festival che, a un anno dalla vittoria del Premio Alpe Adria Cinema per il miglior documentario con Under The Sun, gli rende omaggio proponendo otto titoli della sua vasta filmografia: Cuts of Another War (1993), Bliss (1996), Private Chronicles. Monologue (1999), Broadway. Black Sea (2002), Gagarin's Pioneers. Our Motherland (2004), Virginity (2008) e Patria o muerte (2011), fino all'ultimo Close Relations (2016), il più "autobiografico" dei suoi lavori, per capire cosa è accaduto dopo la rivoluzione di Piazza Maidan, e quanto quell’evento abbia segnato l’intera famiglia, sparsa attraverso l’intero Paese, da Leopoli a Odessa, dalla zona separatista del Donbass a Sebastopoli in Crimea.


Partiamo da un concetto molto presente nella sua filmografia, quello di “patria”. Come lo vive un uomo la cui patria è cambiata assecondando gli eventi della Storia? Non è che il fatto di tornare spesso su questo tema nei suoi film rappresenta una forma di compensazione?

Sicuramente ha avuto peso il fatto di essere nato nell’Unione Sovietica, uno Stato nel quale, per motivi storici, si è sistematicamente cercato di sfumare, se non addirittura cancellare le caratteristiche nazionali, le differenze tra i popoli che ne facevano parte. E ancor di più il fatto che venisse data sempre priorità all’interesse dello Stato, piuttosto che alle necessità individuali, con l’individuo stesso a servizio dello Stato. Nell’Unione Sovietica si usava spesso un motto che diceva: “Morire per la patria”, ma io invece ritengo che per la patria si debba vivere e non riesco a provare rispetto per uno Stato che non ha considerazione per il proprio popolo. Non so cosa sia la patria. Non trovo una risposta. Ecco perché questo tema mi agita e continuo a tornarci nei miei film.

Sente di appartenere almeno a un luogo fisico? O si considera apolide?

Il luogo in cui mi sento a casa è la città in cui sono nato, a Lviv, in Ucraina. Ma non tutta la città, solo la parte in cui sono cresciuto.

Come agisce la censura in Russia? Che tipo di limiti impone?
Una norma introdotta da Vladimir Putin impone che tutti gli strumenti tecnologici in grado di registrare o riprodurre immagini siano sotto rigido controllo da parte dello Stato. La legge vieta ufficialmente di mostrare persino le riprese effettuate con il telefonino. Non è consentito, ad esempio, far vedere un video di tre o più minuti, neppure le immagini del tuo gatto al bar sotto casa, se sono presenti almeno tre persone. Per ottenere il permesso di mostrare un video con queste caratteristiche in un luogo pubblico bisogna seguire un iter molto complicato e costoso. Ora è stato introdotto un nuovo cambiamento, in cui si dice esplicitamente che è vietato mostrare video anche “con altri mezzi tecnici”, ovvero internet. Perché prima dell’introduzione di questa nuova clausola, su internet circolavano film che potevano vedere liberamente decine di milioni di persone senza il permesso statale. Durante la passata edizione di Artdokfest, nel 2015, abbiamo fatto vedere alcuni brevi video di studenti realizzati in assenza di autorizzazione. Ciò ha comportato sette cause amministrative intraprese dal Ministero della Cultura contro l’Artdok, e purtroppo le abbiamo perse tutte. Ecco, questa è la censura.

Nel suo cinema documentario si trovano spesso elementi di finzione. Quanto può o deve intervenire un documentarista sulla realtà? C’è un limite?

Non considero il mio cinema documentario, ma cinema reale, che è diverso. Mi viene spesso ripetuto che il film Private Chronicles. Monologue è una fiction. Perché il personaggio principale, di cui ricostruiamo una specie di biografia, in realtà non esiste. Dunque c’è un po’ di finzione. Ma anche se esiste una traccia scritta e c’è un personaggio inventato, su di lui converge tutto il materiale raccolto in un intero archivio di video amatoriali. Viene fuori che è un film di finzione, ma che in montaggio utilizza quello che io considero la forma più pura di documentazione, ovvero il video amatoriale. Io perciò lo considero a tutti gli effetti un film documentaristico. Non esistono confini che non si devono superare.


Under the Sun riflette sul cinema in termini di illusione e disvelamento. Quanto c’è in termini di riflessione teorica sul cinema nei suoi film?

In qualità di produttore e di operatore culturale, come organizzatore di un festival, mi capita di osservare il cinema di altri registi. E a volte trovo che il racconto sia “morto” perché va troppo incontro alla parola scritta, alla sceneggiatura, invece di adeguarsi alle condizioni che la realtà ti pone innanzi. Proprio in Under the Sun credo di essere riuscito a far sposare questi due approcci cinematografici, il cinema documentale e il film reale.

In che direzione sta andando il cinema russo?
Il cinema russo seguirà lo sviluppo dell’ideologia statale, recuperando vecchi approcci di isolazionismo e utilizzando strumenti culturali fatti in casa, destinati al mercato interno. Si vedranno solo film russi, si seguiranno solo giornali russi e tutto questo porterà a una tragedia culturale che richiederà decenni per essere risolta.

In realtà spesso le situazioni di conflitto generano ottimo cinema, mentre è il cinema di derivazione borghese quello più sterile…

Sono d’accordo. Se guardiamo alle nostre spalle, a Dostoevskij, Anna Achmatova, lo stesso Andreij Tarkovskij, ogni genio che ho appena nominato ha lasciato lasciti importantissimi e, a distanza di anni, tendiamo a rimuovere la sofferenza che devono aver passato. Ma nel momento in cui ci stai passando, è insopportabile.

Nonostante l’ostilità del governo, l’attività dell’Artdokfest prosegue a Mosca?

Da quando viviamo a Riga, continuiamo ad andare ogni anno per due mesi in Russia a portare avanti il festival. Il lavoro prosegue, anche se la situazione non è delle più serene. L’Artdokfest in questi anni è cresciuto e non si svolge più solo a Mosca ma in altre due città: San Pietroburgo e Ekaterinburg. Tra le centinaia di festival di cinema della Federazione Russa, l’Artdok continua a occupare un posto tra i primi cinque eventi di maggiore successo. Nonostante la totale assenza di finanziamenti statali, e di qualsiasi altro tipo di sostegno. All’ultima edizione abbiamo registrato migliaia di accessi. La gente continuava a venire a frotte alle nostre proiezioni, per assaporare almeno temporaneamente un’atmosfera di libertà. Lo slogan del festival è proprio questo: “Al posto della libertà”. Sentiamo forte la responsabilità verso il pubblico, non intendiamo fermarci né ora né in futuro.

Quali possibili scenari futuri intravede per la Russia nell’era Trump, appena iniziata?
Ho molta fiducia nelle istituzioni democratiche, secondo me la democrazia è così forte che in qualche modo mastica e sputa fuori la dittatura. La dittatura non sputa via Trump, ma la democrazia lo può fare. Se Trump venisse in Russia, i suoi nipoti diventerebbero loro i presidenti della Federazione Russa perché in Russia non c’è democrazia, sarebbe automatico, ma in America bisogna semplicemente armarsi di pazienza aspettare che passi, certe volte purtroppo ci armiamo di pazienza anche aspettando il brutto tempo o il terremoto. 

 
 
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