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BERLINO – Ci accoglie col sorriso un Alessandro Borghi biondo platino per esigenze di set (sta per girare Suburra, la serie), comprensibilmente entusiasta per essere stato scelto come ‘shooting star’ italiana, stella Emergente d’Europa alla Berlinale.

Cosa significa questa esperienza per la carriera di un attore?

Significa moltissimo, si tratta di un’opportunità incredibile, solo ieri abbiamo incontrato ben sessanta casting, e parliamo di gente che ha lavorato con Steven Spielberg o per i film di James Bond. E’ una cosa che un attore potrebbe non arrivare a fare in tutta la carriera. Si prendono contatti e ci si fa conoscere non solo per il mestiere, ma anche come esseri umani. Non bisogna mai fare l’errore di limitarsi a promuovere il proprio lavoro. Se il lavoro è buono, si promuove da sé. Ma ci si fa conoscere anche per la passione che riponiamo in questo mestiere e per la professionalità.

C’è un genere in particolare che le piacerebbe esplorare, all’estero? Magari potrebbe fare un film di super-eroi, come il suo collega Marinelli in Lo chiamavano Jeeg Robot...

Non ho tabù né preclusioni, farei qualunque storia che valga la pena di raccontare. Mi innamoro dei progetti che mi prendono dall’inizio. Chiaramente poi c’è sempre un lavoro di costruzione ma devo essere subito convinto di quello che sto facendo. Il mestiere deve venire sempre dopo la passione.

Caligari, poi Vannucci con Il più grande sogno, ora sarà Tenco in una fiction su Dalida, e a breve con Castellitto in Fortunata. La carriera è partita alla grande... 

Devo dire che in questo momento abbiamo registi esordienti di una bravura strepitosa. Lavorare con loro o lavorare con i grandi non fa tanta differenza. Non ho mai incontrato problemi né alcun tipo di imposizione. Mi lasciano anche improvvisare sul set, sono stato fortunato.

In che direzione va il cinema italiano secondo lei?

C’è innovazione, c’è il cinema di genere, ma anche la serialità. Non so quale sia il genere che ci sta riportando in alto ma oggi nessuno può negare che il cinema i Italia lo conosciamo e lo sappiamo fare, anche con meno soldi degli altri.

Che consiglio darebbe a un giovane che vuole fare questo lavoro?

Di lavorare. Non solo come attore. Lavorare proprio per guadagnarsi il pane, essere indipendenti e stare in contatto con la gente. Io ho fatto di tutto: il cameriere, il muratore, la guardia notturna. E’ questo che poi ci aiuta a costruire i nostri personaggi, altrimenti dovremmo studiarli, e sarebbe molto più faticoso e anche meno spontaneo. Sono gli strumenti chiave dei grandi attori. Fino a  diciott’anni non avevo idea di quello che avrei fatto, e fino a tre anni fa lavoravo ancora. Va benissimo studiare recitazione, ma lo stipendio è importante, anche perché ti permette l’autonomia artistica. Se ha un’entrata puoi dire di no a un progetto che non ti piace.  

Mai avuto problemi con qualcuno sul lavoro?


In tutti i mestieri ci sono brutte persone e brutti professionisti. Ci sono anche brutti registi e brutti produttori, come ci saranno brutti primari al Policlinico, ma si impara come gestirli. E con la critica che rapporto ha? Fino ad ora sono stato fortunato, tutto quello che ho fatto è stato accolto bene. Ho avuto maggiori problemi nella gestione dei social. Preferisco Instagram a facebook, con le immagini mi trovo più a mio agio. Avevo chiuso il mio profilo facebook e ora l’ho riaperto per fini promozionali, ma non mi piacciono i leoni da tastiera che lanciano veleno e poi quando ti incontrano nemmeno ti guardano negli occhi. Ti offendono e scappano. Il giudizio è sacrosanto ma deve essere formativo, tutti possono esprimere un’opinione ma non tutti possono permettersi di parlare di tutto se non hanno gli strumenti per farlo. Qualche mese fa un medico scrisse circa i vaccini, che lui poteva parlarne con competenza, perché aveva studiato, e che la sua parola valeva più di quella di chi non lo aveva fatto. Per me aveva assolutamente ragione. Il contesto mi preoccupa anche per le prossime generazioni. Nel 2017 c’è gente che non conosce le basi dell’educazione. Salutare, dire ‘grazie’. E se penso che ci sono ragazzi che si suicidano per il cyberbullismo mi vengono i brividi.

Cosa farebbe se domani sparisse il mestiere d’attore?

Proprio questo, mi dedicherei alla gente. Come in un famoso discorso di George Sanders, all’importanza di essere gentili. La mia parabola artistica coincide con quella umana, cerco di sorridere il più possibile e di mostrare alle persone che il contatto è il fulcro di quello che facciamo. E’ tutto un rapporto di fiducia e amore, con i registi, con i colleghi.

Riesce a conciliare lavoro e vita personale?

Per ora sì, ho avuto il supporto di amici, parenti, della mia fidanzata che mi hanno sempre detto che erano fiduciosi, che un giorno mi avrebbero visto protagonista. E cerco sempre di mantenere viva la passione. Il mio peggior timore è quello di svegliarmi un giorno e rendermi conto che questo lavoro è diventato routine. 

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