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La magnetica ed enigmatica Kristen Stewart torna ad essere diretta da Olivier Assays, dopo lo straordinario Sils Maria, in Personal Shopper, vincitore del premio per la regia a Cannes 2016 e ora in sala con Academy Two dal 13 aprile. L’attrice esplosa con Twilight è diventata la nuova musa del cineasta francese ex critico dei Cahiers che le ha cucito addosso il ruolo di Maureen, una ragazza americana che vive a Parigi e gestisce il guardaroba di una top model. Ha da poco perso il fratello gemello Lewis, stroncato da una malformazione cardiaca, e cerca di contattarlo con le sue doti di medium. Sta praticamente sempre da sola, usa molto lo smartphone (vero coprotagonista della pellicola) e proprio sul telefono comincia a ricevere messaggi da uno sconosciuto che sembra conoscere bene le sue mosse: fantasma o stalker? Abbiamo incontrato il regista (che tra l'altro parla un italiano quasi perfetto) a Roma, in occasione del Festival Rendez-Vous con il cinema francese. 


Da cosa è partito per questo progetto?

Stavo lavorando a Idol's Eye, un thriller che ha nel cast Robert Pattinson, ma il film si è fermato, allora ho cominciato a pensare a un lavoro a basso budget e l'ho proposto a Kristen, senza molte speranze di coinvolgerla, invece mi ha detto di sì.

Da cosa nasce la vostra grande sintonia?
Lei mi premette di fare cose che non potrei fare con altre attrici. In questo caso parlare del soprannaturale: ha una fisicità straordinaria, io le do la possibilità di improvvisare e una maggiore creatività rispetto ai film americani commerciali.

Come in Sils Maria anche qui Kristen si deve confrontare con una celebrità, in quel caso con un corpo a corpo diretto, in questo caso con una sorta di match a distanza. E' come se lei la mettesse allo specchio e la costringesse ad avere a che fare con se stessa, con quello che è diventata grazie alla grande popolarità di Twilight.
Kristen era un’attrice geniale ben prima di incontrarmi, ma io credo di averle dato la possibilità di essere se stessa, indipendentemente da personaggi. Questo si poteva fare solo togliendole il peso della celebrità e dandolo a qualcun altro: Juliette Binoche in Sils Maria e un personaggio astratto in questo film.

Di solito nelle ghost story rimane aperto il dubbio sulla realtà delle apparizioni, in questo caso le entità sono visibili anche allo spettatore. Come mai questa scelta?
Quando si parla del soprannaturale si parla di inconscio e di immaginazione. Credo che quello che accade dentro di noi sia più reale della realtà materiale alla quale siamo confrontati ogni giorno. Sentivo la necessità di materializzare lo spirito: i nostri fantasmi, i nostri sogni sono più importanti di quello che facciamo ogni giorno per pagare l’affitto. Al centro del film c'è un personaggio solitario con una vita interiore più profonda di quella di qualcuno che vive in coppia o in famiglia. Ma era importante per me fare un film diverso dai film di genere americani, dove il visibile è buono e l’invisibile è il male o nasconde l’incarnazione del male. Qui l’invisibile fa paura ma può essere anche benefico o creativo.

Si è ispirato agli scritti di Victor Hugo e alla figura dell'artista svedese Hilma Af Klint, che si è molto occupata di spiritismo.
Victor Hugo è uno degli scrittori europei che più ha esplorato in modo serio la comunicazione con l’aldilà. Nel periodo 1853-1855 iniziò a comunicare tutti i giorni con gli spiriti e dialogò con tutte le grandi menti del passato, da Dante a Gesù. Hilma Af Klint, l’ho scoperta per caso, forse facendo la mia ricerca sui medium. Ho scoperto così che all’inizio dell’arte moderna c’è un personaggio sconosciuto, perché la sua opera è stata ignorata fino a qualche anno fa, quando c’è stata la sua retrospettiva a Stoccolma. La sua opera dialoga con Kandisnkj, Mondrian o Malevic, ed è una donna. Sono pochissime le donne importanti nella storia dell’arte. Questa pittrice ci obbliga a ri-raccontare la storia dell’arte moderna ed era una medium! 

Come ha conciliato spiritualismo e tecnologia?
Non mi interessa la tecnologia in sé ma il modo in cui ci ha trasformati, oggi siamo sempre in contatto con amici, amanti, famiglia. Lo smartphone è come un prolungamento della nostra memoria e del nostro sapere. Ci sarebbe molto di più da esplorare in questa dimensione rispetto a quello che fa il film.

Perché ha deciso di inserire Maureen nel mondo dell'alta moda?
Sono partito da questa tensione tra la vita materialistica e le nostre aspirazioni spirituali, che è una tensione universale. Maureen è una specie di operaia del mondo del lusso, un mondo che ho usato per mostrare la sua ambivalenza: è attratta da questo mondo, ma sta vivendo un lutto e si deve reinventare, perché ha perso metà di se stessa con suo fratello gemello. Deve capire qualcosa anche della sua identità sessuale. Il mondo della moda ha forse la risposta alle sue domande sull’esplorazione della femminilità. Noi tutti siamo ambivalenti: siamo coscienti di vivere in un mondo materialistico ma abbiamo aspirazioni diverse, non possiamo restare ciechi al fatto che c’è qualcosa che ci parla.

Il film è stato premiato per la regia al Festival di Cannes e ha davvero una regia magistrale. Quanto ha tenuto conto del miglior cinema di genere come fonte di ispirazione?

Quando faccio un film provo a non essere influenzato dal cinema ma ad esprimere la mia percezione del mondo, anche perché, se un film è già stato fatto, non è interessante rifarlo. Ho sempre voglia di sperimentare cose che corrispondano alla mia ispirazione personale. Ma sicuramente quando ero un giovanissimo critico di cinema sono stato molto influenzato dal cinema di genere: Carpenter, Wes Craven, Cronenberg e il più grande di tutti, Dario Argento. Non penso che siano registi di serie B, anzi hanno accesso a una dimensione più profonda.  

Avrebbe voluto un budget più alto per lavorare sugli effetti speciali?
Non volevo effetti speciali sofisticati, non volevo una tessitura digitale alle apparizioni. Mi sono ispirato alla fotografia spiritualista che si faceva all’inizio del XX secolo. I medium facevano queste foto naif, primitive, che sono anche molto disturbanti. Quelle immagini erano espressione di quello che i medium pensavano di vedere. Ho usato anche le descrizioni scritte delle loro esperienze nelle sedute. Di solito appare un fantasma che vomita un ectoplama, che rappresenta l’energia spirituale, e poi sparisce. In questo ho provato a essere quasi documentaristico.

Lei è anche lo sceneggiatore di Based on a True Story, scritto insieme a Roman Polanski, che probabilmente sarà a Cannes in concorso.
Ho lavorato con Polanski, un autore che ammiro molto, all’adattamento di un romanzo per Based on a True Story. Ora il film è al montaggio, ma non ho ancora visto niente. Poi forse riprenderò il thriller Idol's Eye e sto lavorando a una storia vera di spie cubane ambientata all’inizio degli anni ’90, Wasp Network, adattamento del libro di Fernando Morais The Last Soldiers of the Cold War. Wasp Network fa luce su una rete terroristica in Centro America creata con l'assenso del governo Usa.


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