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LECCE. Appena arrivato nel Salento dicono che il regista Stephen Frears - premio Ulivo d'oro dal Festival del cinema europeo - abbia chiesto di guidare la macchina nonostante la guida non inglese. Ricerca del brivido? No, solo la voglia di scoprire questa terra, che domani esplorerà meglio. E forse anche il desiderio di staccare dall’intenso lavoro di post produzione del nuovo film che lo sta impegnando.
Victoria and Abdul con protagonisti Judi Dench e Adeel Akhtar, sarà pronto per fine estate, in tempo per puntare sulla Mostra di Venezia dove il regista inglese è stato in concorso con Liam, Piccoli affari sporchi, The Queen e Philomena, ottenendo però premi minori non ufficiali, a parte la Coppa Volpi a Helen Mirren per The Queen.
Il film racconta la storia vera di un'amicizia inaspettata negli ultimi anni di governo della regina Vittoria, con protagonista Abdul Karim, giovane addetto, giunto dall'India per partecipare al Giubileo d'Oro della regina.

Frears, Victoria and Abdul è tratto dall’omonimo romanzo di Basu Shrabani?

Si rifà a un evento storico realmente accaduto. La regina Vittoria ha sempre avuto gusti singolari, era circondata da uomini singolari, non soltanto il suo consorte Alberto, tra questi il suo servitore musulmano che veniva da Mumbai. Sicuramente una frequentazione su cui Donald Trump avrebbe da ridire. Stiamo parlando di una donna cristiana e di un musulmano, e già all’orizzonte ci sono guai in vista.

Dopo The Queen, torna di nuovo una regina, che cosa l’affascina di questi personaggi?

In Gran Bretagna non possiamo che fare film sulla famiglia reale, ma a parte questo si tratta di un’ottima storia. Quando ho letto la sceneggiatura ho capito che sarebbe stato molto divertente sviluppare questa trama.

In un periodo segnato dagli attacchi del terrorismo islamico non è certo un caso che lei racconti questo rapporto tra la regina Vittoria e Abdul.
Non so come si potrebbero fermare queste stragi avvenute a Londra, Berlino e ora Stoccolma. Il mio nuovo film parla di tolleranza nei confronti dell’appartenenza religiosa all’Islam. Vengo da un ambiente  borghese che mi ha insegnato che nella società esistono persone diverse ed è questa la bellezza del mondo. Ecco perché la Brexit mi irrita così profondamente, perché invece ci sono persone che non accettano l’altro, il 'diverso', vogliono limitare i contatti con gli inglesi che di per sé sono orrendi.

Che cosa pensa della Brexit e crede che in futuro tratterà di questo argomento?

E’ davvero una grande catastrofe per la Gran Bretagna. Io sono venuto qui ora senza problemi, ma presto non sarà più così. Mi piace essere europeo. La Gran Bretagna è diventata un paese multiculturale, non è stata chiesta la cittadinanza, se erano a favore o contro questa scelta. E’ storicamente successo e questo è stato un grande miglioramento. Ora il voto per la Brexit è contro questa realtà storica e il paese si trova profondamente diviso. Un film sulla Brexit sarà possibile quando vedrò le conseguenze di tale scelta.

Viste le sue opere, viene da affermare che lei è un regista politicamente schierato?

Con una certa riluttanza le dò ragione, anche se non mi definirei un autore politicamente impegnato. Di sicuro ho raccontato le persone che vivono ai margini, ma non credo che ci sia uno schieramento politico consapevole da parte mia. Diciamo che ci sono fedeltà e coerenza con quelli che sono i miei valori. Per esempio negli anni ’80, penso a My Beautiful Laundrette, ho fatto delle scelte contrastando il governo britannico di allora parlando di omosessuali, di madri single e attaccando il governo di Margaret Thatcher.

Ripensando alla sua carriera, quali suoi film non sono stati apprezzati o capiti dal pubblico quanto si aspettava?
Non la metterei in questi termini. Ci sono stati film che hanno avuto un pubblico inferiore alle  mie aspettative, ma non per un problema di mancata comprensione. E’ accaduto per The Program. Quando si fa un film, che piaccia o non piaccia al pubblico è un’incognita sempre presente. Comunque non cerco dagli spettatori mancati una sorta di simpatia o compassione.

Quali registi italiani apprezza?
Paolo Sorrentino e Matteo Garrone. La mia generazione è poi cresciuta con il neorealismo, e poi ricordo i meravigliosi film di Francesco Rosi.

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