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PESARO – Giurata alla 53ma Mostra Pesaro, in un’edizione che dedica grande attenzione alla figura dell’attore, Valentina Carnelutti (foto di Gianmarco Chieregato), è un’interprete di lungo corso che ha attraversato il cinema italiano con la sua presenza discreta e sempre efficace. Figlia d’arte (suo padre era Francesco Carnelutti, da poco scomparso) ha lavorato con Marco Tullio Giordana in La meglio gioventù e con Theo Angelopoulos in La polvere del tempo. Per Arianna di Carlo Lavagna ha sfiorato il Nastro d’argento, candidatura ripetuta per il ruolo della psicologa comprensiva e democratica in La pazza gioia di Paolo Virzì, che le è valso anche la nomination al David di Donatello. A Pesaro ha mostrato due suoi lavori, il cortometraggio Recuiem che ha prodotto e diretto, premiato al Festival di Torino 2013 e finalista ai Nastri d’Argento 2014, e Le ombre rosse di Francesco Maselli (2009) fuori concorso alla Mostra di Venezia.

Pesaro sostiene con forza il cinema di ricerca e fa un lavoro importante e piuttosto raro nel panorama dei festival italiani. Come si è trovata in questa giuria?
Pesaro mi sembra uno dei rarissimi festival, specialmente in Italia, non asservito a logiche di potere legate alle distribuzioni e alle lobby, e questo permette una varietà di tematiche e sfumature che è un lusso. Ho visto otto film in concorso, tutti diversi in termini di realizzazione, forma, recitazione e contenuti. Sono state otto esperienze.

Che idea di cinema emerge dalla selezione pesarese?
La necessità di raccontare qualcosa che sia unico, che non sia la copia di qualcosa altro. Film che non dipendono dalla loro capacità di piacere allo spettatore. Che non cercano di compiacere, ma nascono dall’urgenza di raccontare qualcosa. La regista israeliana Hadas Ben Aroya con People that are not me, ad esempio, mette a fuoco una porzione di esistenza, parla del desiderio femminile, dei rapporti tra i giovani, non cercando di farti piangere né ridere.

Questo è quello che lei cerca anche come regista?  
E' una posizione che riguarda la vita nel suo complesso e che mi piacerebbe mantenere anche come attrice, una posizione di onestà, di franchezza. Da attore devi metterti nelle mani di un altro e hai una possibilità di scelta limitata.

So che sta lavorando a un nuovo film, il suo primo lungometraggio.
Non posso dire niente della storia, è ancora troppo acerbo. Posso dire che non avevo l’ambizione di fare la regista e forse ancora non ce l’ho. Ma questa è una storia che mi abita dentro da un sacco di tempo, ha origine nella mia biografia personale.

Recuiem confrontava due bambini con l'enorme esperienza della morte della madre.
Nasceva dalla mia esperienza di madre, mi ero fatta delle domande quando le mie figlie erano molto piccole. Anche questo nuovo film nasce da mie domande che cerco di trasmettere anche agli altri. Proprio in questi giorni ho messo a fuoco che non necessariamente la mia esperienza arriverà all’altro con la stessa forza, che bisogna inventare un modo per trasmettere allo spettatore quello che provi.

Sta scrivendo da sola?
Sì, sono entrata nel programma del Mediterranean Film Institute e soggiornerò in Grecia insieme ad autori di tutto il mondo: ci scambieremo i progetti e faremo dei pitch. A livello produttivo vorrei uscire dalle logiche classiche, la storia si svolge per metà in Francia e sicuramente ci saranno dei produttori francesi che hanno letto il trattamento un anno fa.

L’Evento speciale di Pesaro mette l’accento sulla scarsa attenzione della critica per questa figura centrale nella costruzione di un’opera, anche perché un attore ci mette la faccia. Pensa che ci sia stata una dimenticanza della critica?

Non solo della critica. Io sono privilegiata perché la mia ambizione sta da un’altra parte, è più legata al processo del fare le cose che alla visibilità. Ho la mia casa, le mie figlie, i miei amici, e questo mi dà grande libertà nel lavoro. Ci sono film che ho fatto e non ho neppure visto, ma sono stata felice mentre li stavo facendo. Come attore sei una pedina, ci sono tante persone intorno a te e il film può andare male per mille motivi, anche solo per una giornata di pioggia. Attaccarsi alla propria funzione sarebbe riduttivo. Peccato che gli attori siano così poco considerati come creatori, perché non sono solo i portatori della faccia sul manifesto, in un film ci sono magari 50 o 100 interpreti.

Lei mette l'accento sui non protagonisti, spesso poco considerati e invece fondamentali alla tenuta di un'opera. 

Senza nulla togliere a Valeria Golino, Luca Marinelli, Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio, quanti ce ne sono che non conosciamo? Certo, si cresce anche avendo l’opportunità di fare un film da protagonista. Tre anni di Squadra antimafia, la serie di Canale 5, sono stati per me una scuola. Ma in Italia abbiamo tanti attori straordinari che fanno una o due pose, è difficilissimo, a volte non ti arriva neanche l’intera sceneggiatura per prepararti. Gli attori non protagonisti hanno dei meriti che sono davvero poco riconosciuti.  

Pesaro ha riproposto Le ombre rosse di Maselli. Che ricordo ha di quel set?
Ero sempre lì, tanto che una notte ho dormito in questo cinema abbandonato di Roma dove giravamo. Ero sfinita e Citto mi aveva chiesto di restare perché forse Margherita, il mio personaggio, doveva apparire brevemente in una scena. Lui lavora così e la mia presenza aveva un senso perché ero la leader di quel gruppo. Mi sono svegliata alle 3 di notte, erano andati via tutti.

Che regista è Maselli?
Molto generoso. Nel film ci sono cose molto belle e altre che non condivido, però lui ha un entusiasmo e un’innocenza nel darsi al lavoro, che non trovi in registi di 30 anni. A 80 anni si lanciava a terra per farti vedere una scena e poi non riusciva a rialzarsi. Gli hanno contestato le critiche che faceva alla sinistra nel film. Ma lui stesso si è rimesso in crisi. Ha una grande onestà.

Ora a cosa sta lavorando come attrice?
A febbraio ho girato con Andrea Segre L’ordine delle cose nel ruolo della moglie  del protagonista, Paolo Pierobon, un poliziotto che si trova a seguire una missione legata agli sbarchi. Io sono un medico, una donna borghese, identità in contrasto con il mondo dei migranti che viene raccontato. È un personaggio in buona fede ma la buona fede non basta con tutti i problemi che ci sono nel mondo. Poi ho fatto un piccolo ruolo nel nuovo film di Silvio Soldini Il colore nascosto delle cose che ha come protagonisti Valeria Golino e Adriano Giannini.

Che cosa la ha portato un film come La pazza gioia?
Concretamente le due candidature al Nastro e ai David. Per me che lavoro da quando avevo 16 anni e non ero mai stata candidata, è stato importante. Se avessi vinto, avrei ringraziato oltre a Paolo Virzì anche altri venti registi con cui ho fatto film importanti che nessuno ha visto. I riconoscimenti sono arrivati in virtù del lavoro che ho fatto e non della promozione.

A quali film è particolarmente legata?
Ci sono film più sfigati che mi hanno dato tanto, per esempio Jimmy della collina di Enrico Pau, che mi ha portato a passare un mese e mezzo con i detenuti in Sardegna e confrontarmi con condizioni di vita e di lavoro toccanti, per inventare un personaggio confrontandolo con una realtà forte.

Ha avuto una candidatura ai Nastri anche per Arianna di Carlo Lavagna. I premi contano?

I riconoscimenti permettono di scegliere. Quando La meglio gioventù di Giordana ha avuto il Nastro per il cast femminile, io non avevo un agente forte e non sono stata inclusa tra le premiate. Sono vent’anni che Maya Sansa e Jasmine Trinca viaggiano con quel Nastro, e se lo avessi vinto anch’io alcune cose sarebbero state diverse. Però ognuno si inventa a partire da quello che ha. 

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