/ INTERVISTE

VENEZIA - "Continuo a fare l'artista perché la fantasia è l'unico modo di alimentare la speranza". Ai Weiwei è in concorso alla Mostra con il suo primo vero lungometraggio, un'opera di grande impatto visivo, un kolossal delle migrazioni girato in 23 paesi del mondo, dall'Afghanistan alla Grecia, dall'Irak al Messico. Con scene di massa, grandi panoramiche dall'alto, in cui le persone diventano piccoli puntini su una tela. L'artista dissidente cinese con questo Human Flow cerca di trasformare in arte visiva l'esodo epocale che contraddistingue i nostri tempi. Il film, coprodotto da Rai Cinema e in sala dal 2 ottobre con 01, è un viaggio in cui l'autore si mette in gioco ed entra in campo, raccontandosi lui stesso come migrante. Del resto viene da un passato di persecuzioni e, come racconta lui stesso, suo padre, bollato come nemico del popolo, era un poeta costretto a pulire i gabinetti. 

Il documentario, che ha diviso la critica, offre allo spettatore visioni allo stesso tempo tragiche e maestose di questa straordinaria massa di persone, circa 65 milioni secondo i dati UNHCR, una massa in movimento con mezzi di fortuna, senza bagaglio e senza cibo, respinta da muri e confini di filo spinato, ma comunque in fuga da guerre, carestie e miseria, stipata in barconi e campi profughi. "Dopo l'esperienza di Fuocoammare - sottolinea Paolo Del Brocco di Rai Cinema - torniamo a parlare di questa emergenza con una nuova visione di questa tragedia che uscirà in sala in corrispondenza della giornata del 3 ottobre, giornata dedicata ai migranti e al ricordo di una strage avvenuta a Lampedusa". 

Ai Weiwei, che vive esule a Berlino (dove è visiting professor dell'università delle arti UDK), dopo essere stato arrestato in Cina e solo più tardi riabilitato, racconta di essere rimasto a lungo senza passaporto lui stesso. Nel dicembre 2015 era andato in viaggio all'isola di Lesbo per assistere da vicino all'arrivo dei migranti lungo le coste europee, è stato allora che ha deciso di affrontare un tema da sempre presente nelle sue installazioni con lo strumento del cinema. "L'esodo più consistente dalla seconda guerra mondiale andava raccontato, così come le nostre reazioni di fronte alla crisi. Durante le riprese del documentario ho visitato 40 campi profughi e condotto centinaia di interviste. Ho capito che non c'è una crisi dei rifugiati ma piuttosto una crisi umana. Il confine non è a Lesbo, ma si trova nella nostra mente e nella nostra anima". 

Qual è stato l'aspetto più importante per lei di questa esperienza?
L'esperienza individuale che ho fatto come uomo, l'essere travolto. Per me è stato importante decidere di essere presente nel documentario. La realtà, se non è in relazione all'individuo, non diventa storia. Così il racconto è più reale e concreto. Non è stata una decisione preliminare, ma è arrivata al montaggio.

Lei ha raccolto le sue immagini in ogni parte del mondo. Quali sono i punti in comune tra le diverse migrazioni?
In tutte le zone, a parte le differenze legate ai fattori che spingono ad emigrare, come la povertà, il disastro ambientale, i fatti storici e politici, mi hanno colpito i bambini, la loro curiosità, il loro sguardo di innocenza. Quello sguardo, che abbiamo perso, deve tornare al centro.

Non trova che la grande bellezza delle immagini e delle inquadrature strida, in alcuni momenti, con l'intensità del dolore che viene mostrato?
La sofferenza è una costante della storia umana e la tragedia dei rifugiati ne è un nuovo esempio. Ma proprio quelle sofferenze hanno potenziato il desiderio di bellezza. Un artista, nonostante l'ambiente brutale in cui vive, deve mantenere il bello come punto di riferimento.

Come mai non ha preferito concentrarsi su una sola area geografica o su alcune storie e ha scelto un approccio enciclopedico?
Volevo documentarmi e per questo dovevo fare delle riprese in luoghi diversi contemporaneamente, per conoscere e comprendere il fenomeno. Lo stile è messaggero della realtà senza possibilità di standardizzazione. Per questo ho scelto lo stile del collage. Si possono scegliere molti punti di vista, quello personale, familiare, il fiume che scorre. Per me era importante conoscere la complessità di un fenomeno che determina la vita delle future generazioni. 

Che idea si è fatto della posizione dell'Italia, una posizione di relativa accoglienza rispetto alla chiusura di altri paesi europei?

L'Italia ha una lunga storia di emigrazione e di immigrazione. Grazie alla sua posizione geo-politica ha dovuto gestire i suoi rapporti con il mondo in modo diverso da altre nazioni. In anni recenti ha conservato la sua cultura, ma non può gestire da sola il fenomeno.

Spesso nel film lei si ferma a cercare un contatto diretto con i rifugiati, stringe mani, scatta selfie, scambia i documenti... 
Prima di diventare artista ho vissuto da rifugiato. Ho abitato in un villaggio del Nordest, in un buco della terra, perché mio padre, un poeta, era considerato un nemico del popolo e venne obbligato a pulire i cessi. So cosa vuol dire essere torturati. Anche per questo ho un senso di cura verso i rifugiati. E poi l'amore è stato il principale motore del film, come è il principale motivo di sopravvivenza per i rifugiati.

Questo è un film molto costoso, con una troupe di 200 membri.
Come artista indipendente non ho mai usato il budget come criterio. Sono sempre partito con un progetto arrivando fin dove potevo e magari interrompendo se finivano i soldi. Ho fatto film sperimentali con una sola inquadratura per 150 minuti di girato. In questo caso si sono unite a noi altre persone e il budget è cresciuto di conseguenza, tanto che adesso fa impressione anche a me. Sono abituato a realizzare video indipendenti, con un metodo un po' guerrigliero. Ma grazie a quei grandi investimenti sono arrivato alla Mostra di Venezia e potrò arrivare a un pubblico più vasto possibile.

A quale politico farebbe vedere queste immagini?
Molti politici dovrebbero vedere questo film. Innanzitutto Donald Trump, ma anche Angela Merkel che sta gestendo bene questo fenomeno, poi i leader della Cina.

Il mondo sembra sull'orlo della catastrofe a giudicare dai film che stiamo vedendo a Venezia. Lei è ottimista?
Lo sono. Se in questo film possiamo vedere l'umanità nello sguardo dei bambini, se scaturisce in noi il desiderio di tutelare bambini e donne, una speranza c'è. 

VEDI ANCHE

VENEZIA 74

Ad