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VENEZIA - E' un giallo esistenziale Hannah, il film di Andrea Pallaoro, quarto italiano in concorso alla Mostra del cinema. Un film che è un oggetto misterioso, persino reticente. Poche parole e praticamente un solo personaggio, la donna del titolo, una donna avanti negli anni che, dopo aver accompagnato il marito in carcere, piomba in una solitudine abissale, interrotta da piccoli gesti quotidiani e abitudini reiterate: il corso di teatro che frequenta una volta alla settimana, la piscina dove nuota, la villa dove fa le pulizie e accudisce un ragazzino disabile. Indizi sono disseminati nella narrazione (il ritrovamento di una busta di foto, una madre che la insulta dietro una porta chiusa) e lo spettatore può intuire che sulla sua famiglia pesi una colpa inconfessabile che ha allontanato da lei il figlio e il nipotino. Comunque tutto ruota attorno al personaggio di Hannah, interpretato da Charlotte Rampling, un corpo-cinema che non ha bisogno di molte parole per esistere sulla scena: la stessa attrice definisce questo ruolo "magnifico". Prodotto da Andrea Stucovitz in coproduzione tra Italia, Francia e Belgio, con Rai Cinema, Hannah, che sarà distribuito da I Wonder Pictures, è l'opera seconda del regista, nato a Trento, ma con studi americani, autore dell'opera prima Medeas, presentata qui a Venezia in Orizzonti nel 2013.  

Il film conserva gelosamente il mistero attorno al personaggio di Hannah, tanto da potersi definire un giallo esistenziale. Perché non ha voluto spiegare di più allo spettatore?
La definizione di giallo esistenziale mi convince. Questo è un film sullo stato mentale di un personaggio, esplora il dramma di una donna intrappolata nelle sue scelte, paralizzata dalle sue dipendenze. Ho voluto privilegiare il mondo interiore di Hannah senza cedere a distrazioni narrative che spesso sono superflue. Volevo che lo spettatore potesse sentirsi come lei. Sono attratto da un cinema che non vuole dire allo spettatore cosa pensare ma lo lascia fare un percorso indipendente, per vedersi riflesso nel personaggio e magari mettersi in discussione.

Il film mostra anche il limite tra le scelte individuali e quelle della coppia.
Amo esplorare i confini tra l'identità di un individuo e quella sociale, per esempio nella coppia. Cosa succede nella psicologia di una persona quando, dopo quarant'anni di vita insieme a suo marito, scopre cose che capovolgono tutto, come ci si mette in discussione in questi casi?

Il titolo iniziale era The Whale, con riferimento alla balena arenata che Hannah va a vedere su una spiaggia, è un elemento fortemente simbolico della sua condizione.
Era un titolo che mi piaceva tantissimo, ma mi sono accorto che poteva suggerire una chiave di lettura troppo intellettuale. Volevo che lo spettatore entrasse in modo emotivo nella storia e l'incontro con la balena non doveva avere troppo peso nell'economia del tutto. Inoltre Hannah è il primo capitolo su una trilogia dedicata a personaggi femminili, il secondo capitolo si intitolerà Monica, il terzo è ancora in fase di ideazione.

Può dirci qualcosa di più su questo secondo capitolo della trilogia?
Monica è basato sull'osservazione di una transessuale che torna alla casa materna dopo 35 anni di assenza, per prendersi cura della madre che sta morendo e ha l'Alzheimer. Ed è la madre che lo ha cacciato di casa da bambino. Il film è ambientato negli Stati Uniti e il protagonista è un attore transgender. 

Quali sono stati i punti di riferimento cinematografici del suo lavoro?
Tre film sono stati la nostra guida, mia e di Charlotte: Deserto rosso di Antonioni, La donna senza testa di Lucrecia Martel e Jeanne Dielman di Chantal Akerman: esplorano i drammi interiori di personaggi femminili con un linguaggio rigoroso e visionario. Altri autori che ammiro sono Fassbinder, Reygadas e Tsai Ming-liang.

E tra i giovani autori italiani?
Michelangelo Frammartino mi ha molto affascinato, considero Le quattro volte un capolavoro.

Il film non avrebbe senso senza Charlotte Rampling.

La sceneggiatura è stata scritta per lei sin dalla prima parola. L'ho vista ne La caduta degli dei di Visconti e da allora me ne sono innamorato, i suoi occhi mi hanno trafitto, ho sempre sognato di lavorare un giorno con lei. Le ho mandato la sceneggiatura di Hannah e il dvd del mio film precedente, Medeas, e dopo qualche giorno mi ha risposto accettando di incontrarmi. Sono andato a Parigi ed è iniziato un dialogo e un'amicizia, una collaborazione artistica, perché sono passati tre anni prima di poter girare il film. Mi ha insegnato tantissimo perché è un'artista che scava nel mondo interiore del personaggio e cerca di arrivare alla verità con coraggio notevole.

Perché ha ambientato il film in Belgio?

Inizialmente per motivi produttivi. Avevo scritto pensando agli Stati Uniti, ma ho dovuto riadattare la storia su Bruxelles, che si però è rivelata molto appropriata per il senso di alienazione, le lingue diverse che si parlano in quella città, il suo grigiore.

Perché ha scelto di girare in 35 mm?

Per fare un cinema più sensoriale possibile. La pellicola ha una fisicità maggiore rispetto al digitale. 

Come avete preparato il film, ci sono state molte prove, come per un testo teatrale?
Non molto. Ci conoscevamo da tempo e avevamo instaurato un rapporto di fiducia reciproca.

Come ha costruito la relazione tra Hannah e lo spazio che la circonda?

Ho cercato un linguaggio cinematografico che riuscisse a riflettere il senso di disorientamento e confusione che Hannah prova. Volevo esplorare il confine interno ed esterno, per questo ci sono spesso finestre, porte e altre cornici. C'è un erotismo velato nel film perché volevo eccitare l'immaginazione dello spettatore nascondendo invece che mostrando. Il mio cinema punta alla catarsi.

Medeas, nonostante i riconoscimenti e i successi critici, non è arrivato in sala. Mentre per Hannah è prevista una distribuzione. Come vive questo passaggio 'commerciale'?

Sono pronto a condividere questo film con il resto del mondo e felice di avere Charlotte accanto a me. Sono orgoglioso del nostro lavoro, ma ora spetta allo spettatore decidere cosa ne vuole fare.

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