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Arriva in sala il 28 settembre con Notorious Pictures, Il contagio, opera seconda di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini (leggi la nostra intervistache ha debuttato a Venezia, alle Giornate degli Autori. Un film che nasce da un lungo percorso creativo e crossmediale: prima il romanzo di Walter Siti (Rizzoli), che fa della borgata romana una periferia di mondo contaminata con i quartieri alti e il malaffare dilagante, tra cocaina, solitudini, sete di soldi, sesso e potere. Quindi lo spettacolo teatrale, con la regia di Nuccio Siano. Infine il film, che i due autori romani, classe 1981, hanno scritto proprio insieme a Siano, tenendo certamente conto della versione per il palcoscenico ma discostandosene sostanzialmente con una costruzione visiva a tratti debitrice della loro esperienza nel videoclip con momenti sospesi e altri di crudo realismo. E soprattutto scontornando nel tessuto corale due personaggi principali: Mauro e Marcello.

Mauro (Maurizio Tesei, già interprete del film precedente della coppia di registi, Et in terra pax) è uno spacciatore di quartiere che fa il salto. Si trova coinvolto nella gestione di una cooperativa che ruba fondi pubblici dietro la facciata dell'aiuto ai migranti. Suo amico per la pelle è Marcello (Vinicio Marchioni), ex culturista e marchettaro, autodistruttivo e disperato, che è diventato l'amante dello scrittore Walter (Vincenzo Salemme). 

Nonostante la sua discesa agli inferi, il personaggio di Mauro conserva un barlume di umanità. 
La forza del film – e in questo ci siamo attenuti al libro di Siti - è proprio l'umanità di fondo dei personaggi. A differenza di Marcello, Mauro cerca la scalata sociale e la via più breve è quella della criminalità. Ma è un personaggio a tutto tondo, che ama la moglie e ha un sentimento di amicizia pura nei confronti di Marcello, anche se è annebbiato dal mito della vita facile. Nel finale si rende conto di essere stato un burattino nelle mani di qualcun altro.

Qual è il suo metodo come attore: lei cerca l'immedesimazione o il distacco?
Ogni lavoro è un discorso a sé. Al cinema, quando c'è la possibilità di studiare a tavolino con i registi e con i partner, si riesce a fare un percorso emotivo. I tempi del set sono sempre più stretti, però in questo caso c'è stata la possibilità di prepararsi.

Come è nato l'incontro con Botrugno e Coluccini, che la considerano quasi il loro attore feticcio?

Mi hanno visto a teatro, nove anni fa, ne Il contagio, dove recitava anche Michele Botrugno, fratello di Matteo. Così mi hanno scelto per Et in terra pax dove avevo il ruolo di Marco. Mi piace il loro sguardo che non impone mai un giudizio, una morale, che lascia allo spettatore la possibilità di essere partecipe di quello che vede, di entrare nel mondo che raccontano. Hanno un modo delicato di narrare.

Dal film, come del resto dalle recenti cronache giudiziarie, esce un'immagine di Roma senza redenzione.
Il contagio non è un film su Mafia Capitale ma su un personaggio che si muove nell’ambito delle cose che succedono in questa città. Sicuramente dal film esce una visione amara di Roma. Noi romani la amiamo ma ci fa stare male. È come una moglie che ci delude e ci tradisce. Ma non perdiamo la speranza che torni ad essere una città florida.

Ora che progetti ha?

Farò teatro. Continuo la tournée con Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller e poi sto preparando un lavoro nuovo con Pino Quartullo, che considero il mio padrino artistico, perché mi fece fare il primo spettacolo quando avevo 18 anni. Ho voglia di una commedia brillante, con un personaggio tutto fuori alla Sordi. Ho una faccia espressiva e, credo, vissuta, ma so anche far ridere. Al cinema, ad esempio, ho fatto Arance e martello di Diego Bianchi che era una commedia.

Con chi le piacerebbe lavorare?
Sono cresciuto a pane e Verdone. Prima che muoio…  E poi Veronesi, Virzì. Ma anche un bell’action movie. E poi con i miei compagni di Centro Sperimentale: Fabio Mollo, Edoardo De Angelis. E ancora Valerio Mastandrea che stava per prendermi per il suo film da regista, magari ci sarà un'altra occasione.

Cosa le rimasto in particolare della sua esperienza in Lo chiamavano Jeeg Robot?
Quel film è stato un punto di svolta: ha detto all’Italia che un cinema diverso è possibile. C’è voglia di cambiamento nel pubblico e c’è coraggio in molti autori. Possiamo recuperare importanza nel palinsesto internazionale dopo che, per tanti anni, ci siamo adagiati sui successi del Neorealismo. 

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