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E' stato una delle sorprese del Festival di Cannes 2017 (leggi l'articolo di Cinecittà News), in un'edizione non memorabile ha convinto e commosso e non se n'è andato a mani vuote, incassando il Grand Prix assegnato dalla giuria presieduta da Pedro Almodovar, che sul film ha speso parole emozionate. Stiamo parlando di 120 battiti al minuto di Robin Campillo, storia fortemente autobiografica della sua militanza in Act Up nella Parigi dei primi anni '90, quando l'epidemia di Aids mieteva tante vittime, soprattutto all'interno della comunità gay. E tutto questo nel silenzio delle istituzioni. Il gruppo di attivisti, con regole ferree, ma anche pieno di creatività nell'organizzare azioni dimostrative, si scagliava contro il governo e contro le case farmaceutiche, cercava di ottenere notizie sulle cure e di battersi contro lo stigma che rendeva i sieropositivi come appestati del XX secolo. Tra Fragole e sangue e Philadelphia, con una prima parte adrenalinica e collettiva e una seconda parte drammatica e intimista, che si concentra sulla storia d'amore tra Nathan e Sean, 120 battiti al minuto trova una sua strada originale che mescola toni e atmosfere diversi. Terzo film del 55enne regista, già montatore e sceneggiatore (tra l'altro del premiato La classe di Laurent Cantet), ha fatto incetta di riconoscimenti dopo il Grand Prix: Premio Fipresci e Queer Palm a Cannes, oltre mezzo milione di spettatori nelle prime tre settimane di programmazione in patria, e l'onore di rappresentare la Francia agli Oscar. Nel cast troviamo ragazzi alle prime armi accanto ad attori noti (e bravissimi) come Adele Haenel Arnaud Valois. Il film è in uscita in Italia con Teodora il 5 ottobre. 

​Il film parte da circostanze autobiografiche.
Mi sono unito a Act Up-Paris nell’aprile del 1992, più o meno a 10 anni dall’inizio dell’epidemia di Aids, un'epidemia che è stata una vera guerra con 42 milioni di morti. Fin dal primo incontro a cui ho partecipato, sono rimasto profondamente colpito dall’entusiasmo del gruppo, considerando che quegli anni sono stati i più duri del contagio. I gay che avevano subìto inermi la malattia erano diventati attori chiave nella battaglia per sconfiggerla. Con Philippe Mangeot, ex membro di Act Up che ha collaborato con me alla sceneggiatura, eravamo d’accordo sull’importanza di restituire innanzitutto l’intensità delle discussioni e le varie voci.

Lei ha mescolato stili e tonalità. Oltre all'autobiografia, il documentario, il film politico, il melodramma gay. Come ha fatto?
La vita è proprio così, si passa da un genere all'altro nell'arco di una stessa giornata. Io sono diverso nei vari momenti. Questo film parte dai miei ricordi e nel ricordo è ancora più forte questa mescolanza perché siamo nel territorio dell'immaginazione. Quei ricordi erano ancora vivaci e sono riuscito a metterli insieme costruendo dei singoli spazi: c'è la sala di riunione, un grande anfiteatro bianco che è come un cervello collettivo; c'è poi la discoteca, uno spazio nero, dove si balla. Nel primo prevale la parola, nel secondo la musica e il ritmo.

Perché ha scelto questo stile eclettico?

Stavo cercando un senso alle cose che ho vissuto. Questo è un film sulla mia giovinezza, un film che parte anche dal bisogno di accettare il fatto che sto invecchiando. Parlo della coppia, parlo della morte, perché ci sono stati tanti lutti, ho perso amici e amanti, ho sperimentato la fragilità della vita. Ho capito che non bisogna aspettarsi dagli altri, o da un altro, che ti salvino la vita.

Il film racconta molto bene la vicenda dell'Aids negli anni '90, in un momento molto drammatico. La medicina ha fatto enormi progressi in questi trent'anni ma non mi sembra che si sia superato quel silenzio attorno alla malattia e una certa stigmatizzazione.

Oggi viviamo un nuovo periodo dell'epidemia ed è vero che non se ne parla. Eppure ci sarebbero alcune buone notizie. Esiste la possibilità di evitare la contaminazione con un trattamento pre-esposizione che le persone sieropositive possono fare e così non è più indispensabile avere rapporti protetti. È una vera rivoluzione. Ma occorrono controlli frequenti, si potrebbe ridurre il contagio se ce ne fosse la volontà politica. Il governo, ad esempio, dovrebbe fare pressione sulle case farmaceutiche per diminuire i prezzi dei trattamenti. A San Francisco è stato adottato questo sistema e ha ridotto del 30% il contagio. Occorrono campagne di screening. In Francia se ne parla molto, in Inghilterra poco, in Germania per niente, in Russia e nell'Est è ancora tabù, come anche l'omosessualità del resto. In questo l'Europa non è per niente unita. 

La posizione della Chiesa cattolica è ambigua sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili. Papa Francesco, due anni fa, aveva fatto una parziale apertura ma con molti distinguo.
In Africa dove il preservativo è poco usato, la contaminazione è partita velocemente, Giovanni Paolo II aveva una posizione intransigente su questo, anche se so che i preti cattolici non seguono le indicazioni del Vaticano e incoraggiano l'uso del profilattico. Papa Francesco tende a fare un passo avanti e uno indietro. Dovrebbe esprimersi più chiaramente. Purtroppo la Chiesa cattolica è ossessionata dal sesso, benché ci siano argomenti ben più pressanti: la brutalità della guerra, la disoccupazione, la presidenza di Trump.

Si aspettava il grande successo del film e tra i tanti premi e riconoscimenti qual è quello che considera più importante?

Essere selezionato a Cannes in concorso è stata la cosa più importante. 120 battiti al minuto è un film semplice che parla di una storia minoritaria e non era per niente scontato che piacesse. Tutto parte da Cannes, anche il successo di pubblico che non è legato solo a Parigi o a un solo tipo di spettatori, magari alla comunità gay, ma è allargato alla provincia. L'unico problema è la fatica di accompagnare il film nel mondo, salire sul palcoscenico, parlare, esporsi in prima persona: per me è molto duro, ma mi impegno come un bravo soldatino.

E come ha preso la notizia che rappresenterà la Francia all'Oscar?

Dopo la decisione anche la destra ha mostrato di sostenerci e, con debolezza, lo stesso l'Eliseo. Io non mi sento di andare a rappresentare la Francia, ma la cosa a cui tengo di più è che vedano il film negli Usa.  

Viviamo in un'epoca in cui la coscienza collettiva è inesistente e prevale l'individualismo. Pensa che la lezione di organizzazioni come Act Up possa essere ancora attuale per i più giovani? 
Non volevo dare lezioni ai giovani, ma certamente ho fatto una riflessione su questo tema. Noi siamo eredi degli anni '70. Quando scoppiò questa epidemia terribile avevamo, con Act Up, un modello di lotta e comunicazione che veniva dall'America, un modello efficace. Internet ha cambiato la politica. Ho amici che fanno discorsi molto radicali sui social network ma nessuno di loro scenderebbe in piazza. C'è una perdita di mobilitazione. Del resto quello che scriviamo sulla rete non interessa al governo. Credo che internet abbia impoverito il dibattito politico e questo è triste. Macron prende delle decisioni terribili ma quasi nessuno si muove. 

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