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MILANO. Il mito di Giuseppe Verdi e del paese del melodramma è restituito dal sogno di un ragazzino di appena 14 anni, Giacomo: entrare nell’esclusivo Club dei 27, una cerchia strettissima composta da soli uomini, 27 quante sono le opere composte da Verdi e di cui ciascuno ha preso il nome, da Traviata a Aida. Giacomo è troppo piccolo per farne parte ma ha la passione e la tenacia per non smettere di sognarlo.
Questa la singolare vicenda narrata da Mateo Zoni in Il club dei 27, il film documentario che viene presentato in anteprima al Festival internazionale del Documentario Visioni dal mondo, Immagini dalla realtà, in programma a Milano fino all'8 ottobre e giunto alla sua 3ª edizione.
Prodotto da Kobalt Entertainment, Malìa e Istituto Luce Cinecittà, con Rai Cinema, il film si avvale della fotografia di Daniele Ciprì, ed è montato da Andrea Maguolo (Lo chiamavano Jeeg Robot), con una serie di preziosi filmati dell’Archivio Luce. La colonna sonora è firmata ovviamente dal grande compositore italiano e protagonista è il giovanissimo melomane Giacomo Anelli nei panni di se stesso e in quelli di Verdi.

Il Club dei 27 nasce alla fine del 1958?
Gli adepti non sono né musicisti, né filologi musicali o studiosi: sono scelti per essersi distinti nella comunità, per il loro animo nobile, etico e soprattutto per la passione militante per il Maestro. La carica dura a vita.  Il Clubi riunisce una volta alla settimana e rinnova il suo organico, allo scopo di onorare e diffondere l’opera di Verdi, organizzando concerti, manifestazioni e conferendo onorificenze agli artisti e studiosi di tutto il mondo che si sono distinti in questo campo.

Come nasce questo suo lavoro?
Da una conversazione con Beppe Attene, che indicava una curiosità riguardo al Club dei 27 e all'unicità del rapporto ideale tra un compositore e la sua terra, sono partito in cerca di un punto di vista interessante e sono andato a conoscere i veri membri del Club. Poco prima di andarmene, uno di loro, Aida,  mi ha segnalato un bambino di undici anni che si era procurato il loro abito sociale e li seguiva alle manifestazioni liriche, con l’ambizione non troppo segreta di farne parte. Ho chiesto subito di presentarmelo e, quando ho conosciuto Giacomo e l'ho sentito parlare, ho capito immediatamente di avere il film in mano.

Quanta verità e quanta finzione nella vicenda narrata?
Il film alterna momenti documentaristici tout court, come la lunga intervista in cui Giacomo undicenne racconta se stesso e la visita alla casa di riposo per musicisti di Milano. Poi la lavorazione ha avuto vicissitudini produttive e abbiamo girato il resto circa due anni dopo, con il protagonista cambiato fisicamente e ho dovuto rimodulare la storia, abbandonando la spontaneità stuporosa del bambino per una recitazione più tradizionale che impone una messa in scena preparata. Il risultato, come al solito nei miei lavori, è un mélange tra le due cose.

Giacomo, bambino e poi adolescente, potrebbe far pensare a un ragazzo isolato e saccente.

In un primo momento, ma non lo è affatto. Questa sua capacità di condurre un'esistenza normalissima (che nella finzione ho adattato a me stesso per immedesimazione), considerata una passione così anomala, è una lezione di vita da cui dovremmo imparare tutti. Non mi stupirebbe che, prima o poi, diventasse veramente un membro del Club per consumata coerenza estetica.

Lei è un amante dell’opera lirica, in particolare di Giuseppe Verdi?

Il virus dell’Opera me l’ha trasmesso un amico quando avevo vent’anni più o meno: in famiglia nessuno la ascoltava, a parte mia nonna che, per tradizione popolare, da bambino mi rimandava elaborazioni fantastiche delle rappresentazioni a cui assisteva regolarmente, sommando le vicende, spesso complicatissime e improbabili dei libretti, confondendo i personaggi, ma facendomi capire che in fondo le storie erano meno importanti della musica e del grande spettacolo in sé. Essendo nato a Parma, Verdi lo sento nel DNA e non posso farci nulla, anche se, lo stile del film è vicino allo spirito mozartiano o quello leggero di Rossini, più che alla sua potenza drammatica.

Come definirebbe il suo lavoro?

Si potrebbe dire che, uno dei tratti distintivi del mio lavoro sia indagare dove cominci la fiction e finisca la realtà, con l’ambizione di dimostrare che forse differenza non c’è perciò sono poco disposto a dare definizioni. Preferisco porre dubbi, quando il cinema vorrebbe essere rassicurante. A differenza di Ulidi piccola mia, il mio primo documentario, che si rafforzava nel “silenzioso” e nello sparire completamente, qui invece, posta una base di realismo all’inizio si parte poi verso la finzione sognata, fantastica.

Quanto l’Archivio Luce ha contribuito nel fornire materiali di repertorio?

E’ stato fondamentale, per dare spessore alla vicenda attraverso la storia della musica lirica, e ho perso le notti nel frugare tra questi materiali bellissimi e splendidamente restaurati. Il difficile semmai è stato rinunciare ad alcune cose in favore della fluidità narrativa, soprattutto al filmato unico di Toscanini che dirige l’orchestra della NBC, perché avevo scelto almeno il doppio dei cinegiornali che poi ho utilizzato. In questo devo ringraziare i montatori Andrea Maguolo e Fabio Ricci che hanno fatto un lavoro certosino.

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