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MILANO. Un campo di ulivi, una festa danzante in famiglia, la paura improvvisa nello sguardo di una bambina, i soldati israeliani in marcia, un missile che solca il cielo, il villaggio distrutto. Scorrono a Visioni dal mondo le immagini di un teaser di 4/5 minuti de La strada dei Samouni di Simone Massi e Stefano Savona, film in parte animazione e in parte documentario, presentato nel corso del panel “Il documentario e l’animazione: oltre i confini del Cinema del Reale”, assente perché malato l’animatore Massi.
La strada dei Samouni, che sarà pronto nel 2018 e punta alla selezione di un importante festival, racconta un massacro di 29 civili durante l’operazione 'Piombo fuso' condotta dall’esercito israeliano nel 2009. La famiglia Samouni viveva da sempre pacificamente nella periferia sud di Gaza, curando e coltivando le terre di proprietà nel corso di sessant’anni di guerre. Fino al gennaio 2009, quando un devastante attacco aereo israeliano, provoca una strage di civili, tra cui numerosi bambini.

Savona come nasce questo film che muove i primi passi nel 2014 dopo che conosce alla Mostra di Pesaro Simone Massi e i suoi lavori d’animazione?
Avevo conosciuto a Gaza la famiglia palestinese Samouni che veniva fuori da una storia tragica. Sono rimasto accanto un mese per ricostruire quanto accaduto, per realizzare un reportage. Ma era altro quel che volevo raccontare: chi erano nella vita normale coloro che non c’erano più dopo quel raid israeliano e l’esistenza dei sopravvissuti dopo la tragedia. Così ho stabilito un rapporto più lungo e articolato con quella famiglia e ho pensato che il film avesse bisogno di altro per raccontare il passato.

Voleva andare oltre il film di denuncia?

Mi sembrava di privare queste persone di una dimensione narrativa di normalità, facendo così il gioco della guerra. Se un intero popolo diventa esclusivamente il testimone del proprio martirio e costruisce la propria identità per 50/60 anni esclusivamente sul sentirsi, a giusto titolo, vittima, credo che il cinema non debba contribuire a questo aspetto, ma cercare di narrare altro e non solo una società dopo che sono tutti morti. E allora come riportare in vita quelle persone per raccontarle?

Ed è arrivato in soccorso il cinema d’animazione?

Non sono mai stato né esperto e neanche eccessivamente appassionato di cinema d’animazione. Poi ho conosciuto il cinema di Simone che è onirico e immaginativo e nello stesso tempo vero e realistico. In fondo lui parla di una civiltà contadina che ha per sua natura dei rapporti intimi con il mondo contadino di Gaza dei miei film.

E come è entrato Simone in questo film documentario?
Come cinema di (ri)animazione, facendo rivivere delle persone scomparse che interagiscono direttamente con chi è sopravvissuto. Persone che abbiamo ricreato da una fotografia esistente, così come abbiamo ricostruito da un’immagine il villaggio andato distrutto. Le animazioni ricostruiscono la memoria di alcuni dei protagonisti, e perché questa memoria fosse il più coesa possibile e compatibile con la parte documentaria, abbiamo fatto interagire il documentario con ricostruzioni in 3 D, alla base di tutte le animazioni.
Tutto è stato realizzato in modo preciso quasi maniacale, forse un retaggio del mio passato di archeologo: ricreare la vita dalle rovine, partire dall’archeologia delle macerie di Gaza e realizzare un film che si mostri come antropologia di una famiglia di Gaza.

La grande difficoltà sarà stata quella di avere un film omogeneo?
Siamo infatti passati attraverso delle fasi intermedie: abbiamo mescolato il documentario con il rotoscope all’interno dell’animazione e abbiamo fatto tutti i movimenti animati sulla base di una ricostruzione del quartiere e delle fisionomie dei personaggi, tutto in 3D. Abbiamo creato degli archivi che non c’erano con il 3D, per poi ridisegnarli in animazione. La costruzione di quel mondo della famiglia palestinese come l’avevo conosciuto a Gaza non è stata perciò delegata ai disegnatori che si sono invece concentrati sulla interpretazione tonale e formale.

Simone ha lavorato al disegno a graffi con altri 35 animatori a cui ha insegnato questa tecnica.

Si tratta di una tecnica su fogli formato A4 che vengono incisi, sopra vengono messi due strati  di pastello a olio bianco e nero che poi vengono incisi con delle sgorbie, delle puntesecche, in media si fanno dai 5 ai 7 disegni in 8 ore, per fare un secondo di animazione ci vogliono 8 disegni. E l’animazione nel film copre ben 42 minuti.

Quale è la struttura narrativa de La strada dei Samouni?

Guardiamo a questa storia attraverso gli occhi di una bambina che si ricorda. Una struttura un po’ complessa che si basa su flashback, con il passato che diventa il presente del film. In primo piano 5/6 personaggi e principalmente questa ragazzina i cui ricordi, il cui passato nel corso del film ci vengono raccontati sotto forma di animazione.

E la parte documentaria?
Ci sono vari materiali che ho girato nel 2009 e 2010 e poi ancora successivamente a Gaza. La strage nel 2009 di palestinesi è raccontata dall’animazione, il dopo strage è narrato dalle immagini che avevo girato nel 2009 e poi tutto il resto che ho girato successivamente è la storia del quotidiano, della ricostruzione della famiglia. Ci sono tre livelli temporali: due documentaristici e uno animato. L’animazione arriva molto indietro nel tempo, anche anni prima, e poi diventa anche il presente, racconta la guerra in tempo reale e poi ci sono altre animazioni 3D che ricostruiscono il punto di vista dei droni.

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