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TRIESTE - "La storia del lavoro di un regista trash emerito". Sergio Martino presenta così la sua autobiografia fresca di stampa, Mille peccati… nessuna virtù?, volume realizzato da Bloodbuster edizioni in collaborazione con Nocturno e presentato al Science + Fiction Festival di Trieste, dove il regista più amato da Tarantino ha ricevuto il Premio Urania d’argento alla carriera. Una carriera lunga cinquant’anni, saldamente costruita su 66 regie, 44 sceneggiature e 5 film realizzati in veste di direttore di produzione tra gli anni '70 e '80, periodo d’oro per l’industria cinematografica. Un traguardo che autorizza senza dubbio a inserire il nome di Martino tra i registi italiani più prolifici di sempre. Qualunque genere del cinema popolare possa venire in mente, lui lo ha quasi certamente sperimentato: giallo, poliziottesco, commedia, fantascienza, horror, western, ma anche documentari, film a episodi e serie tv, passando con disarmante disinvoltura dagli zoom spericolati de Lo strano vizio della signora Wardh e gli inseguimenti mozzafiato di Milano trema: la polizia vuole giustizia, alla comicità maliziosa di Giovannona Coscialunga disonorata con onore o Cornetti alla crema; dalle produzioni italianissime fucina di stelle della neo-comicità nostrana (Edvige Fenech, Barbara Bouchet, Gigi & Andrea e Lino Banfi), ai film “americani” guardati con interesse da molti dei coevi registi d’oltreoceano (I corpi presentano tracce di violenza carnale, anche noto come Torso, o 2019. Dopo la caduta di New York, che se da una parte risente delle influenze carpenteriane di 1997: Fuga da New York, deve aver anche in parte ispirato Children of Men di Alfonso Cuarón).
Trascurato, quando non sbeffeggiato dalla critica, e non solo quella più feroce, Martino è oggi considerato sotto una nuova luce. Ma c’è voluta l’intercessione di Tarantino, seguito a ruota da altri autori della sua generazione, Eli Roth, Robert Rodriguez, Jaume Balaguerò, a fare da apripista per una riscoperta, rivalutazione, ricollocazione della sua filmografia. “Io mi considero un artigiano - racconta Martino - non sono un intellettuale. E questo, un tempo, era visto come una sorta di peccato originale. Soprattutto se giravi film che incassavano, venivi disprezzato. Ma sono stato fortunato, come molti altri registi della mia generazione, perché ho attraversato la migliore stagione non solo del cinema italiano, ma dell’Italia in generale. Poi tutto è cambiato in peggio”.

Sergio Martino, il titolo della sua autobiografia coincide con quello del suo primo film, ma alla fine c’è un punto interrogativo. Cosa significa?
Una volta un critico mi disse che il titolo del film Mille peccati, nessuna virtù rappresentava la mia carriera in modo emblematico. L’ho trovata una cosa carina, ma ho voluto aggiungere quel punto di domanda perché mentre la racconto, mi interrogo sulla mia vita artistica.

Vita artistica che si è spesso scontrata con le opinioni della critica. Che effetto le fa, oggi, essere venerato da Tarantino e da altri registi della sua generazione, con il conseguente processo di revisione della sua carriera anche da parte della critica "ufficiale"?

Mi fa un po’ sorridere. Un tempo ero un regista "trash". Oggi, grazie a Tarantino, sono un regista "trash emerito". Una volta si è persino inginocchiato davanti a me, ero imbarazzatissimo. E non lo ha fatto solo con me, ma anche con altri registi della mia generazione. È vero che in passato molti critici hanno fatto affermazioni su di me a dir poco offensive. Nei migliori dei casi hanno detto che i miei polizieschi erano fascisti, che ho fatto le commedie scollacciate, ma io mi limitavo a registrare i costumi dell’epoca. Lavoravo all’epoca dell’Italia bacchettona e spesso i miei film erano sconsigliati. Alcune opinioni le ho rispettate, altre no. Ma questa rivalutazione arrivata dopo tanto tempo mi fa pensare. Non dico che ho atteso come il cinese i cadaveri sulla riva del fiume, però… Credo che una valutazione così negativa del mio cinema fosse sbagliata, e oggi, forse, è altrettanto esagerata la rivalutazione in senso opposto. Quando rivedo i miei film li trovo pieni di ingenuità, oggi li girerei in maniera diversa. Mi chiedo se il pubblico possa apprezzarli. È anche vero che il cinema cambia. Negli anni ’70 capitava anche a me di riguardare film di cinquant’anni prima, cioè dell’epoca del muto. E anche quelli, fatte le dovute eccezioni, presentavano molte ingenuità.

Com’è cambiato il cinema?
Radicalmente. Negli anni '70 c’erano soldi e si potevano fare molte cose. All’epoca il cinema di genere italiano era una grande industria, la seconda industria cinematografica dopo quella statunitense, che in qualche modo era il nostro modello. Oggi, invece, il cinema è in crisi. Le racconto questo aneddoto. Cinque o sei anni fa andai a una conferenza a Parigi, l’obiettivo era cercare di capire perché non si realizzavano più coproduzioni tra Italia e Francia. Erano presenti molti registi di cui non voglio fare i nomi, quelli che si sentono molto importanti, e produttori che oggi sono sulla cresta dell’onda. Ho sentito dire cose farsesche. Tipo che gli sceneggiatori italiani dovevano andare in Francia e i francesi in Italia per amalgamarsi e altre fesserie del genere. Alzai la mano. Dissi: “Basta fare cinema di genere. Perché quando un film è universale, raggiunge il pubblico di tutto il mondo”.

Crede che il cinema di genere potrebbe riportare il pubblico nelle sale?

Il pubblico si è disaffezionato. Se pensiamo che Blade Runner 2049 nella prima settimana ha incassato solo due milioni… Io ne avevo fatti quasi quattro con L’allenatore nel pallone e non per merito del film, ma semplicemente perché la gente andava ancora al cinema. C’era un modo di dire: “il marciapiede è caldo”. Si usava quando la gente si accalcava in strada aspettando di entrare. Forse è solo finita la fruizione in sala. Si andava al cinema anche perché era un’esperienza sociale. Si usciva il fine settimana, si portava fuori una ragazza, si sperava di prenderle la mano, magari poteva partire un bacio. C’era tifo da stadio, la gente si metteva a urlare nelle scene di paura. Oggi il cinema te lo guardi a casa. Ci sono i dvd, puoi scaricare i film. Anche se personalmente non riesco a guardare film alla televisione, troppe distrazioni.

Negli ultimi anni si sono intravisti segnali di rinascita del cinema di genere, anche in Italia. Cosa ne pensa?
Alcuni segnali ci sono. Penso a Gabriele Mainetti, che è un regista giovane e con futuro. A Claudio Caligari, purtroppo scomparso. E poi c’è Stefano Sollima, ma anche Matteo Garrone, che è un caso un po’ parte, a metà tra il cinema popolare e l’autorialità. Di recente mi ha cercato, sta vedendo i miei film, è affascinato - dice - dalla mia capacità di passare da un genere all’altro. In realtà bastano una buona sceneggiatura, immaginazione e dei bravi collaboratori. Il contesto odierno però è molto diverso da quello che ho vissuto io. Negli anni '70 si producevano 350 film l’anno. Dalla felice intuizione dei “sandaloni”, i film storici, l’Italia ha realizzato a basso costo ciò che gli americani facevano con molti più soldi e la cosa ha funzionato. La tragedia è avvenuta a metà degli anni ’80, quando il nostro cinema è rimasto a uno stato primordiale mentre l’industria americana già utilizzava effetti speciali all’avanguardia che noi neppure conoscevamo. È stato un periodo politicamente devastante per il nostro paese. Invece di sviluppare la tecnologia - non solo nel cinema, ma in tutti i settori - si è determinato un livello di arretratezza insanabile. Forse solo oggi potremmo competere con quelle tecnologie, ma i tempi sono cambiati per sempre. Anche in America il cinema è in crisi. E sarà molto difficile tornare indietro.

Il cinema, insomma, si avvia al tramonto…
Non è una novità. Me lo disse chiaramente un produttore che incontrai al suo rientro da una convention a Hong Kong. Mi disse: “il cinema è finito”. Dall’altra parte dell’oceano aveva visto per la prima volta i dvd e capì immediatamente che quella tecnologia avrebbe avuto il sopravvento. Aveva intuito le potenzialità dell’Home Video. Del resto c’è sempre qualcuno che guarda al futuro. Si figuri che una volta mio fratello (il produttore Luciano Martino, ndr.) mi disse: “Sai che c’è un cretino di Milano che mi offre due miliardi in cambio di cento dei miei vecchi film?” Era Silvio Berlusconi. Con quei film si era assicurato duecento ore di programmazione per l’allora nascente gruppo Fininvest.

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