/ INTERVISTE

MAR DEL PLATA - Poeta e cineasta, anarchico e ironico, animato da una fede incrollabile nel futuro, artista dal forte impegno politico e soprattutto grande utopista, Fernando Birri è un personaggio unico che un film visto qui al Festival di Mar del Plata, Ata tu arado a una estrella (Lega il tuo aratro a una stella), ci fa conoscere in profondità. Con filmati e interviste che partono dal 1997 per arrivare al presente: a un incontro magico con quest’uomo, oggi 92enne, che sembra emanare luce propria, lucido e lieve, affascinato da una minicamera GoPro come se stesse ancora una volta per mettersi al lavoro.

Argentino ma radicato in Italia, a partire dagli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia dove venne ammesso nel 1950 e rimase fino al 1953, Birri è considerato il padre del nuovo cinema latino-americano. Fu lui infatti a fondare la prima scuola di cinema del subcontinente, l'Istituto di Cinema nella Universidad Nacional del Litoral nella sua città natale, Santa Fe. Mentre la sua opera è stata fonte di ispirazione per cineasti coevi o più giovani: dal leggendario documentario Tire dié, con la sua poetica popolare che deve molto al neorealismo, all’opera prima Los inundados (premiata a Venezia nel ’61) al manifesto "Per un cinema nazionale, realista, critico e popolare".

Ora l'argentina Carmen Guarini, cineasta e antropologa, ha realizzato un film coinvolgente e intimo, dove mette in gioco la forte amicizia e complicità tra se stessa e il maestro. Si parte dalle sue riprese del 1997, quando Fernando era tornato in Argentina per realizzare un lavoro su Che Guevara a trent’anni dalla morte. Quel backstage ante litteram (Compañero Birri, diario de una filmacion) rimase inedito, anzi andò perduto. In quelle immagini, recuperate e rielaborate ora, vediamo intellettuali sudamericani come Ernesto Sabato, Osvaldo Bayer, León Ferrari e Eduardo Galeano. Ci sono riflessioni teoriche e momenti conviviali, come il pranzo nel ranch di Rincón, e momenti ufficiali, tra cui il discorso di inaugurazione della Escuela de San Antonio de los Baños aperta da Birri a Cuba il 15 dicembre del 1986, e l’abbraccio con Fidel.

Naturalmente non poteva mancare un passaggio al Centro Sperimentale, dove è ancora conservata la domanda di ammissione dattiloscritta su fogli protocollo dall’allora venticinquenne Birri già con idee chiarissime su cosa volesse dire per lui fare cinema. A Mar del Plata abbiamo incontrato Carmen Guarini che ci ha raccontato il lungo sviluppo di questo film che speriamo di poter vedere presto anche in Italia.

Come e quando ha conosciuto Fernando Birri?
Alla fine degli anni ’80. Per me era già una figura mitica. Lo incontrai al Festival del cinema latinoamericano di Trieste. Io mi ero interessata alla scuola che aveva fondato a Santa Fe, che fu la prima scuola di cinema di tutta l’America Latina, nata nel ‘57. Abbiamo legato subito molto. Io sono antropologa e all’epoca della dittatura sono espatriata in Francia e ho studiato con Jean Rouch. Chiesi a Fernando perché non venisse in Argentina e lui mi rispose: perché non mi invitano. Allora lo feci invitare a tenere un seminario. 

Fu così che nacque il progetto del film su Che Guevara.
Sì, Fernando mise mano a questo documentario prodotto dai tedeschi, Che, muerte de una utopia? Era un film molto moderno per l’epoca, totalmente anarchico. Con interviste, riflessioni e altro. Io lo seguivo e riprendevo a mia volta.  

Siete stati anche a Cuba alla Escuela International de Cine y Tv di San Antonio de los Baños. Che atmosfera si respirava?
Era uno spazio libero, creativo, caotico e anarchico, proprio come Fernando. Non tutti comprendevano e difendevano il suo metodo, neanche a Cuba. Ma quello spirito aveva contagiato tante persone. Ricordo che intervistai il medico della scuola: aveva lo studio pieno di oggetti e riferimenti alle 'altre' medicine: agopuntura, pietre, medicina olistica. La salute di questi allievi che venivano da ogni parte del mondo, dall’Africa e dall’Oriente, era affidata metodi totalmente alternativi. C’era una grande apertura, anche i libri erano di tutti, venivano prestati a tutti. Per Fernando la scuola doveva essere una vera comunità.

La presenza di Fernando com'è oggi trasmette il senso di una religiosità immanente, un qualcosa di mistico anche se totalmente terreno.

Se vogliamo la sua è una mistica senza Dio che nasce dalla sua grande fede nell’umanità, una fede che ha conservato nonostante tutto.

Lei è stata anche al Centro Sperimentale, sempre sulle tracce di Birri.

Sì, sono stata al CSC e a Cinecittà, due luoghi che amo molto. Ci hanno aiutato sia dal Centro Sperimentale che dall’Aamod, l'archivio del movimento operaio e democratico. Abbiamo filmato al Csc e ci hanno messo a disposizione il Fondo Birri. E anche quella carta, la domanda di ammissione che Fernando scrisse e che loro hanno conservato. Era il figlio prodigo che ha portato la scuola fino in America Latina.

La sua eredità ha ancora senso nel cinema argentino contemporaneo?
Oggi dobbiamo lottare più che mai contro i tagli alla cultura e al cinema voluti dal governo neoliberista Macri. I tagli sono motivati con il fatto che i film d’autore vengono visti da poche persone. Ma mentre gli ultimi dieci / dodici anni, con le politiche di sostegno, ci hanno portato ad avere un cinema argentino fiorente, con 150 titoli l’anno e buoni risultati nei festival internazionali, adesso si vuole ridimensionare tutto questo per produrre pochi film mainstream. Contro il nuovo regolamento dell’INCAA, la primavera scorsa, c’è stata una grande mobilitazione e queste misure sono state in parte ridimensionate. Ma la crisi c’è e si percepisce anche qui al festival.

L’utopia è più che mai necessaria. E come si dice nel documentario utopia non è un dove ma un chi. 
Sì, per me Fernando è un’incarnazione dell’utopia. L’utopia serve per camminare, per andare avanti, e lui  ha aiutato tanti autori a camminare. 

VEDI ANCHE

FESTIVAL DI MAR DEL PLATA

Ad