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MAR DEL PLATA - Daniele Incalcaterra è al Festival di Mar del Plata in duplice veste: come regista con Chaco, girato insieme a Fausta Quattrini e presentato nella competizione latino americana, e come attore nel film portoghese del concorso internazionale A fabrica de nada. In entrambi i casi la sua è una presenza fortemente politica, direi militante.

Chaco prosegue la ricerca iniziata con El Impenetrable nel 2012, raccontando il seguito di una storia allo stesso tempo molto personale e totalmente universale, quella di un vasto appezzamento di foresta vergine in Paraguay, 5.000 ettari ereditati dal padre, un diplomatico che aveva ricevuto questa concessione dal generale Stroessner durante la dittatura. Un'eredità che potrebbe diventare latifondo, come già accaduto a buona parte del territorio circostante, se disboscata e usata come pascolo per il bestiame oppure seminata a soia. Ma che il cineasta, nato a Roma nel 1954, ha deciso di trasformare in un'utopia concreta, destinandola ai nativi Guaranì e alla ricerca scientifica. Impresa apparentemente impossibile anche perché sullo stesso appezzamento vanta diritti - per quanto illegittimi - un altro proprietario per nulla disposto a cedere. E così Arcadia (questo il nome che Daniele ha dato alla riserva) è divenuta la cartina di tornasole delle ingiustizie perpetrate contro il pianeta e i suoi abitanti a favore del business sfrenato e dissennato, all'ombra di scelte politiche spesso conniventi.

Ingiustizie che ritroviamo anche nell'interessante A fabrica de nada, realizzato da un collettivo portoghese (ma firma la regia il solo Pedro Pinho) e con i veri operai licenziati come interpreti di se stessi. Tutto ruota attorno a una fabbrica  di ascensori delocalizzata dai proprietari all'insaputa dei lavoratori, che si sono ritrovati senza macchine e materie prime da un giorno all'altro e hanno deciso di non cedere al ricatto padronale (una liquidazione di 10mila euro da trattare singolarmente) e di creare una cooperativa per mandare avanti il lavoro. Seguendo sia la vita familiare di alcuni di loro, sia le dinamiche sindacali e personali, e anche gli scontri, il film vuole essere una riflessione sulla ridefinizione del capitalismo in atto in Europa e nel mondo con lo smantellamento della classe operaia e la dispersione del patrimonio di secoli di lotte, per affermare un modello di società basata sull'individualismo e lo sfruttamento senza regole. Qui Incalcaterra ha il ruolo di un documentarista argentino che segue le lotte della fabbrica ed esprime, insieme ad altri personaggi "intellettuali", la parte teorica di un film a cavallo tra documentario narrativo e musical proletario. L'intervista che segue l'abbiamo realizzata via email: Daniele è infatti in Africa, a Bangui, per seguire con gli Ateliers Varan la formazione di 10 giovani futuri

Il progetto Arcadia ha già ispirato due film, El Impenetrable e Chaco. Come proseguirà sia nella realtà che cinematograficamente? In futuro pensa di scandagliare altri temi o di proseguire in questa ricerca?
Nella realtà bisognerà aspettare le prossime elezioni presidenziali in Paraguay, nell'aprile 2018, per capire se il prossimo governo si accollerà le dovute responsabilità. La proprietà delle terre in tutta l’America, dal Nord al Sud, è una problematica che si trascina dalla “Conquista”. 

Nel suo cinema lei si mette in primo piano, davanti alla videocamera. È uno stile che la accomuna ad altri autori italiani (e non italiani) contemporanei tra i più interessanti. Si sente vicino a qualcuno di loro?
 
No, non mi sento vicino a nessuno. Passare davanti alla camera è stata una scelta naturale. Quasi all’inizio delle riprese di El Impenetrable ci siamo resi conto con Fausta Quattrini che non potevo evitarlo. Era la mia storia e il destino dei 5.000 ettari di foresta ereditati era il centro della storia.

Lei vive tra due culture e due mondi. In che modo si sente un autore italiano (se si sente tale)? E in che misura latinoamericano?
Per me definirmi autore italiano è molto difficile, perché ho iniziato la mia carriera di regista in Francia dove ho praticato sin dall’inizio il cinema d’autore. Mentre in Argentina le mie produzioni fanno parte del movimento del cinema indipendente. Queste sono le due basi da cui si è sviluppato il mio lavoro. In Italia sono sempre stato fuori dal giro. Uso il termine “giro”, perché non riesco capire le consuetudini del sistema produttivo. Dove non esistono regole, e in certi casi, quando queste esistono, diventano inaccettabili. 

Come si struttura la sua collaborazione con Fausta Quattrini? Cosa vuol dire firmare un film a quattro mani per voi?

Con Fausta ormai da anni firmiamo i nostri lavori. Si tratta di una collaborazione complessa e necessaria, dove la vita di coppia s’intreccia con la produzione dei film. In questo come nel precedente sono anche il protagonista principale, l’attore. Senza lo sguardo di Fausta la narrazione penerebbe. Come si sarà resa conto, la struttura narrativa si sviluppa man mano che avanzano le riprese. Non si tratta di una sceneggiatura prestabilita all’inizio come nei film di finzione, ma di una sceneggiatura dinamica e mutevole tipica dei documentari di cinema diretto.

Un grande e minaccioso boa contrictor è in realtà meno pericoloso di un piccolo ragno. È una metafora di situazioni politiche o sociali oppure osservazione della natura?
Il boa non è assolutamente pericoloso, il mio amico Jota ci gioca. Mentre io lo provoco suggerendogli di seguire il serpente, andare là con lui nel mondo della natura incontaminata. Il piccolo ragno, invece, è pericolosissimo, è una vedova nera. 

Chaco è la storia di un’utopia ambientalista e umana. E tra gli utopisti contemporanei c’è, in qualche modo, anche Papa Francesco. Ci può raccontare come è andato il suo coinvolgimento e perché ha scelto di non leggere ad alta voce la sua risposta nel film? 

Il coinvolgimento di Papa Francesco è avvenuto con uno sviluppo a sorpresa. Scherzando, avevo dato una copia del film a mio fratello, alto funzionario delle Nazioni Unite. Gli dissi: “Fallo arrivare al Papa”. Dopo qualche settimana ricevo un’e-mail di ringraziamento, accompagnata da un’analisi precisa sulle tematiche descritte nel film. Tematiche che sarebbero state approfondite durante il suo successivo viaggio in Paraguay. Questa relazione inattesa è stata incorporata nella narrazione del film attraverso l’invio di un’e-mail al Papa di cui leggo al mio amico e collaboratore Jota il contenuto. La risposta, ricevuta appena qualche ora dopo l’invio, ho deciso di non leggerla ad alta voce. L’altra sorpresa è stata che il Papa avrebbe fatto uno dei suoi discorsi durante il suo viaggio apostolico in Paraguay sotto le finestre del salone dove è girato in buona parte il film, un salone panoramico sulla città di Asunción.

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