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BERLINO -  Anteprima internazionale alla Berlinale nella sezione Short films in Generation Kplus, per il corto d’esordio di Gregorio Franchetti, Cena d’aragoste (Lobster Dinner), lavoro di diploma della Columbia University che ha appena finito di frequentare. Coproduzione tra USA e Italia, ambientata a Roma, il film racconta dei piccoli malintesi e dei tradimenti di due amici dodicenni, provenienti da contesti diversi, che all’improvviso si scontrano nel loro viaggio comune verso l’adolescenza. Ne parliamo con il regista, che a diciassette anni è andato a studiare a Londra e in questo momento vive in America, che ci racconta, tra sogni e progetti futuri, l’emozione di essere alla Berlinale: “L’aspetto più bello è la conferma che qualcuno, a un festival così importante, ha visto qualcosa di speciale nel mio corto”.

Di cosa parla il corto “Cena d’aragoste” selezionato dalla Berlinale in Generation K+?
È la storia dell’amicizia tra due ragazzini che provengono da classi sociali differenti. Una sera Michele, lasciato da solo a casa, un po’ per solitudine e un po’ per ingenuità, ruba delle aragoste dal frigo dei suoi genitori e le porta come regalo alla madre del suo migliore amico. Quest’ultimo però si accorge che ciò che Michele sta cercando nella sua casa in realtà non è una cena, ma una  famiglia o magari una madre, e così si ingelosisce. Il corto segue il viaggio emotivo di questo dodicenne, tra piccoli malintesi e tradimenti.

Da dove è venuta l’idea di realizzarlo?
Il film è un lavoro di diploma della Columbia University, che ho appena finito di frequentare. Sentivo il bisogno di raccontare un argomento che pensavo di conoscere bene, ma che poi, nell’affrontare, ho capito essere qualcosa di cui io per primo volevo scoprire di più.

È basato su un’esperienza personale?
In un certo senso sì. Ho vissuto molte di quelle tensioni quando sono cresciuto a Roma: il sistema scolastico italiano è da una parte molto inclusivo e dà la possibilità di entrare in contatto con realtà molto diverse. Ma quando, poi, si inizia ad entrare nelle case e nelle dinamiche altrui, ci si rende conto che in realtà le differenze sono profonde e il modo in cui si viene percepiti è interamente costruito su tensioni di classe.

Trova che il linguaggio del corto sia più semplice e diretto per raccontare una storia?
Tutt’altro. I corti sono difficilissimi da fare, riuscire a fare così tanto in poco tempo, ad emozionare, colpire lo spettatore e trasmettere quello che si sente nel profondo è davvero complicato con pochi minuti a disposizione.  

A quali altre tematiche è interessato in questo momento?
Faccio parte della generazione di italiani che va all’estero per studiare o cercare lavoro. Io stesso a diciassette anni sono a vivere a Londra dove ho studiato economia dello sviluppo, ma è una città che non ho mai sentita mia, mentre in questo momento vivo e lavoro in America. Per alcuni è una fuga, per altri una scelta dolorosa che va contro i desideri dei genitori. Sono interessato a queste forme di migrazione, a volte economiche a volte culturali, in cui spesso succede che le persone si trovano a rivivere le stesse dinamiche da cui scappano.

Parlerà di questo il suo primo lungometraggio? Ci sta già lavorando?
Sto lavorando alla scrittura di un lungometraggio, questa volta al femminile, di due amiche cresciute insieme ma provenienti da ambienti culturali diversi -  uno più chiuso e locale, l’altro più aperto ed esterofilo - che vanno a vivere all’estero, dove però si scontrano con la difficoltà di crescere e di diventare realmente se stessi in un altro Paese.  

È cambiato negli ultimi anni l’approccio dei giovani con l’idea di andare a vivere fuori dall’Italia?
Da quando c’è stata la Brexit, si sta iniziando ad avere l’idea del risveglio da un grande sogno, che è quello della generazione Erasmus, che inizia a non credere più all’idea di convivenza in stile Appartamento spagnolo, ma si interroga sul come riuscire a creare fuori dalle proprie radici un tessuto sociale in cui riconoscersi.

Cosa vuol dire per un giovane regista essere al festival di Berlino?
In generale gli addetti ai lavori sembrano fidarsi di più delle idee che propongo. Ho ricevuto molto interesse da parte di altri festival, soprattutto in Germania, che vogliono vedere il corto e, inoltre, mi hanno già contattato diverse persone che lavorano in importanti laboratori di sviluppo. Un ottimo segnale per il futuro.

Qual è la cosa che le ha fatto più piacere quando ha saputo di essere in Generation K+?
L’aspetto più emozionante è la conferma che qualcuno, a un festival così importante, ha visto qualcosa di speciale nel mio corto. Il fatto che il film sia qui insieme ad altri bei film, in un programma che mi piace molto come quello di Generation K, è una grande spinta e mi fa credere che sia questa la strada giusta per me.  

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