/ INTERVISTE

Parallelamente alle attività principali della Berlinale, divisa tra festival e mercato, si è svolta anche l’iniziativa di Berlinale Talents (noto negli anni passati come Berlinale Talent Campus), un progetto che permette a giovani emergenti in vari campi cinematografici di muovere i primi passi in un ambito professionale, spesso con risultati notevoli (tra i partecipanti delle edizioni precedenti c’è la cineasta rumena Adina Pintilie, il cui lungometraggio d’esordio Touch Me Not ha vinto l’Orso d’Oro pochi giorni fa). Tra le varie attività di Berlinale Talents c’è anche un workshop dedicato alla critica, a cui ha partecipato l’italiana Carolina Iacucci. L’abbiamo incontrata a festival concluso.

Qual è stato il suo percorso finora?

Sono laureata in Lettere Classiche e, per la laurea triennale, ho scritto una tesi sull’influenza delle 'Baccanti' di Euripide sul cinema e il teatro di Ingmar Bergman. Il cinema m’interessa da sempre, ma è stata quella l’occasione in cui ho cominciato ad occuparmene in maniera più sistematica e profonda. Nel 2016 sono stata selezionata per il corso a numero chiuso di critica cinematografica tenuto da Roy Menarini e organizzato dalla Cineteca di Bologna, “La critica ritrovata”. È stata un’esperienza molto arricchente dal punto di vista formativo e, in qualche modo, mi ha dato coraggio. Poco dopo ho iniziato a scrivere per Indie-eye, un portale di Firenze dedicato a cinema e musica indipendente, una collaborazione che però ora è conclusa. Dopo la laurea magistrale mi sono divisa tra l’insegnamento di materie letterarie e il dottorato in Letterature Comparate a Firenze. Presto dovrò consegnare la mia tesi e, una volta fatto, vorrei cercare nuove collaborazioni e dedicare più tempo all’attività giornalistica.

Cosa l'ha spinta a proporsi per Berlinale Talents?

La Berlinale mi ha sempre affascinato per la sua prestigiosa reputazione di festival audace e impegnato, con un’identità precisa e la volontà di non eludere le questioni politiche e sociali più rilevanti e anche controverse. Non avevo obiettivi precisi, ma solo la voglia di fare un’esperienza all’interno di un contesto internazionale e stimolante. Per partecipare è necessario caricare il proprio curriculum nell’applicazione online, inoltrare tre recensioni cinematografiche e rispondere a delle domande, tutto in inglese naturalmente. Sono stata molto fortunata ad essere selezionata, non me lo aspettavo.

Cosa comporta il workshop di Talents dedicato alla critica? Quanti film ha visto?

I Talents in totale sono 250, rappresentanti a vario titolo di ciascun settore della cinema, dai registi ai tecnici, dai produttori ai critici cinematografici. Per noi del ‘dipartimento’ di critica cinematografica è stato molto intenso, abbiamo lavorato senza sosta. Ci siamo confrontati con quattro mentori: Pedro Butcher, Kevin B. Lee, Dana Linssen, Aily Nash. Ciascuno di loro seguiva due di noi da vicino, guidandoci nella scrittura e soprattutto nel processo di editing: la scelta del titolo, cosa funziona di più, quali elementi visivi e concettuali del film privilegiare nella lettura critica, eccetera. La richiesta era di scrivere due recensioni brevi e un saggio finale sul tema dell’edizione di quest’anno (“Segreti”), oltre a realizzare due interviste e partecipare a varie masterclass e agli screening dei film in concorso e no. Personalmente sono riuscita a vedere Damsel, Utøya. 22 Juli, Figlia mia, Eldorado, Transit, Die Tomorrow. All’analisi di tre di loro – Figlia mia; Utøya. 22 Juli; Transit – ho dedicato il mio saggio, sulle tecniche narrative e visive attraverso le quali i registi dei film hanno rivelato un segreto senza svelarlo veramente, in modo esplicito, ma solo evocandolo a livello visivo e sensoriale.

Cosa significa per lei la critica cinematografica, e come vede questo settore oggi, in Italia e all'estero?

Per me la critica cinematografica svolge una funzione molto importante, insieme ‘clinica’ e pedagogica. Un critico deve certamente valutare un film secondo categorie estetiche, individuare perché funziona o non funziona strutturalmente, ma non solo questo. Non si tratta solo di dargli un voto,  ma anche – anzi, soprattutto – di capire come e in che misura quel film di cui stai scrivendo contribuisce al discorso culturale, allarga ed approfondisce la nostra conoscenza della società, ci offre delle coordinate per capire noi stessi e quello che ci succede intorno. Nel mio gruppo al Talents c’era una giornalista proveniente dal Madagascar, Domoina Ratsara, che dirige insieme ad alcuni colleghi una rivista panafricana di cinema in versione bilingue, inglese e francese, con un’attenzione prioritaria a quegli autori che si occupano di gender issues, rivendicazioni femministe, eguaglianza economica, questioni sociali di varia natura. Per lei scrivere di cinema non significa solo promuovere un film, ma è un pretesto per parlare d’altro, per contribuire a un processo di emancipazione sociale.

VEDI ANCHE

BERLINO 2018

Ad