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La definisce "una vacanza umanitaria", Mario Cavallaro, il commerciante milanese di calzini che rapisce un extracomunitario che gli fa concorrenza sleale davanti alla vetrina, per riportarlo in Senegal. Ma Oba (Alex Fondja) ha una sorella bellissima Dalida (Aude Legastelois, madre francese, padre del Benin) che si unisce a loro e lo porta a cambiare radicalmente prospettiva. Antonio Albanese con Contromano, in sala con 01 Distribution dal 29 marzo, racconta una favola d'attualità dalla morale positiva con al centro il razzismo dal volto umano, quello di uno scapolo cinquantenne che ama l'ordine, la puntualità e le consuetudini, che vive da solo e porta avanti il negozio di famiglia pagando le tasse. E mal sopporta il lavavetri indiano, il venditore ambulante africano, il barista egiziano. Tra comicità e buoni sentimenti, Contromano - prodotto da Fandango con Rai Cinema - è il quarto film da regista del popolare attore, figlio anche lui di immigrati, dalla Sicilia al Comasco. L'abbiamo intervistato per Cinecittà News. 

Da cosa nasce l’idea di riportare a casa i migranti?

Ho lavorato due anni a questo progetto, insieme ai co-sceneggiatori Andrea Salerno e Stefano Bises: volevamo raccontare quello che succede intorno a noi quotidianamente e a cui siamo anche assuefatti, ma volevo raccontarlo in modo non cupo, come invece si fa di solito, piuttosto con uno sguardo leggero.

Il film è una fiaba con una morale.

Come in tutte le fiabe c’è un contesto drammatico, si parla di due solitudini e del loro incontro, quello tra Oba e Mario. Quest'ultimo, che rappresenta un po’ l’Occidente, pur vivendo in una sorta di benessere, è molto solo: ha una sola amica, una vicina di casa che vive di gocce e di tv, lavora nel negozio che gli è stato lasciato da suo padre, cura il suo giardino verticale, non ha relazioni. E' preciso e abitudinario.

E anche un po' razzista.

Nel personaggio di Mario si rispecchia il punto di vista di tante persone forse non proprio razziste ma certamente insofferenti alla presenza degli stranieri. Mario ha un negozio di calzette, ed è innamorato dal suo lavoro, ma quando, proprio davanti alla sua vetrina, si piazza un extracomunitario che vende gli stessi calzini a un quinto del prezzo, non pagando le tasse, è chiaro che gli sorge una grande rabbia.

Così decide di riportarlo in Senegal.

Parte per questo folle e surreale viaggio, questa "vacanza umanitaria”, come la chiama lui. Nel viaggio Mario si trasforma anche grazie all’incontro con una giovane donna, Dalida. È l’incontro del cuore. E poi capisce che la soluzione al problema è valorizzare la terra africana con le tecniche agricole moderne. In Marocco, dove abbiamo girato alcune scene, c’era un uliveto che mi sembrava abbandonato. In realtà ho capito, parlando con il capo villaggio, che non lo era, era solo coltivato male. Bisogna investire nello sviluppo perché se parliamo di muri è la fine del mondo. Slow Food ha avuto l’idea di finanziare l’acquisto di diecimila orti in Africa, lì con un ettaro e mezzo ci vive una famiglia intera.

Il risultato elettorale, però, ha dato ragione a chi i muri li vuole costruire.

Salvini ha raccolto i suoi voti con la strategia del terrore, un vecchio metodo di cui ho parlato anche nel 2007 con uno spettacolo intitolato PsicoParty. La chiusura delle frontiere può portare forse qualche vantaggio immediato, ma le conseguenze le pagheranno i nostri figli. I muri creano rabbie, desiderio di vendetta, malumori e così comincia una guerra che non finisce più. Del resto, alcuni degli schieramenti che hanno vinto queste elezioni hanno partecipato per vent’anni al governo di questo paese e non hanno risolto niente.

Cosa vuol dire andare contromano?

Mario scopre la vita, il sentimento, apre la porticina del cuore, riscopre la gioia della natura che ha sempre amato. Lo aiuta Dalida, che lui tratta come una regina ed è invece costretta a fare la badante nella casa di un pazzo per mandare soldi a casa.

Questa è la sua quarta regia. Perché ha scelto di dirigere lei Contromano?

Questo era un progetto che desideravo dirigere io stesso, con i miei tempi, i miei silenzi, volevo che avesse questa ironia delicata, avevo le idee chiare fotogramma per fotogramma.

Anche Come un gatto in tangenziale, la commedia che ha interpretato con Paola Cortellesi, e per cui siete stati entrambi candidati al David, tocca il tema del dialogo, in quel caso tra classi sociali diverse.

È bello raccontare al pubblico quello che ci circonda, io lo faccio sempre con i miei personaggi. Non amo usare le metafore, mi interessano i colori e i ritmi del nostro tempo. Il gatto ha raccontato quel tipo di politica che teorizza un po’ troppo ma non vive la realtà.

Insomma, la sinistra che non va in periferia.

Io sono cresciuto in un piccolo paesino dove la politica arrivava e dialogava con tutti noi. Una cosa che si è persa. Oggi vedo politici che stanno sempre in tv, dalla mattina alla sera, ma così non hanno il tempo per capire le esigenze delle persone, a volte proprio la disperazione delle persone. Io sono molto curioso, invece.

C’è un altro argomento caldo che le piacerebbe affrontare in futuro?

Mi interessa il tema delle religioni, altro argomento delicatissimo. Attualmente sto lavorando con la Rai a una serie in sei puntate, I Topi, storia di una famiglia di mafiosi che vive in un bunker. Voglio mostrare che questi criminali non sono degli eroi ma dei deficienti. 

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