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ROMA - "Si può uccidere anche solo per noia. Poi, magari, se dici che lo hai fatto contro un arabo o contro un gay, ti capiscono più facilmente". Sono affidate ad Antoine, il giovane protagonista di L'atelier interpretato da Matthieu Lucci, le battute più incisive e pesanti del film, presentato ai Rendez-Vous del cinema francese e dal 7 giugno in sala con Teodora.

Laurent Cantet, che nel 2008 vinse la Palma d'Oro grazie a La classe, porta di nuovo il suo sguardo sui giovani, immergendosi - alla sua maniera "naturalistica" - nel processo creativo di un gruppo di allievi di un laboratorio di scrittura tenuto da una giallista di successo (Marina Fois) a La Ciotat, cittadina francese famosa per essere protagonista di uno dei primi film della storia del cinema, ma importante anche per il suo glorioso passato di cantieri navali. Oggi, però, di quella produttività e ricchezza restano solo vestigia post-industriali e ferite nella memoria degli ex-operai con cui ragazzi devono fare i conti mentre cercano di creare una storia e, insieme, di trovare una sintesi tra i loro istinti. L'atelier oscilla tra presente e passato, tra realtà e arte, tra vissuto quotidiano e spinte politiche opposte, trasformandosi gradualmente da racconto di un'adolescenza tradita a noir intriso di tensione e violenza.

Il suo film sembra avere molti punti in comune con Lo straniero di Camus.
E' un autore che, come molti francesi, ho letto durante l'adolescenza e che fa parte di me. Non mi sono ispirato deliberatamente a lui, anzi ho capito tardi, durante la preparazione del film, che c'erano delle affinità: l'assenza di prospettive, l'essere concentrati sull'immediatezza delle cose, un rapporto particolare con il Mediterraneo, con il sole, con i corpi. Una distanza dal mondo sociale e insieme una presenza forte dell'ambiente naturale.

Come ha avuto l'idea di esplorare la rabbia giovane attraverso la creazione di un romanzo?
Credo che nasca dal fatto che penso che la lingua e la padronanza del pensiero siano l'unica soluzione ai problemi del mondo attuale. Mi sembrava interessante creare uno spazio di confronto, a tratti scomodo, ma necessario per fare i conti con le idee degli altri. E' proprio questa possibilità che manca oggi. Pensavo che attraverso il lavoro di creazione i personaggi potessero crescere, in particolare Antoine, che è quello che fa più resistenza, che non ha voglia di scrivere, ma che alla fine produce più pensiero e scrittura di tutti. Alla fine del film lui ha capito, ha trasformato in parole delle cose che non riusciva ad affrontare nella vita. E' riuscito a superare la solitudine e la violenza che sente dentro di sé perché è riuscito a dar loro un nome.

Il film dice una cosa molto forte: che si può uccidere, o radicalizzarsi, semplicemente per noia.
Attraverso il protagonista il film esplora i processi di seduzione dell'estremismo di destra, ma avrebbe anche potuto trattarsi di Daesh. La noia e la mancanza di prospettive aprono la porta alla violenza, sono il terreno più fertile per l'estremismo. E' facile convincere un giovane che non ha interessi a battersi per qualcosa, perché lo si illude di dare un senso alla sua vita. Gli estremismi si nutrono di questo.

La scelta di ambientare la storia a La Ciotat è significativa...
E' un luogo di nascita del cinema, ma mi attirava soprattutto per il suo passato operaio, che qui diventa una mitologia decaduta ma intorno alla quale la città continua a vivere. Per alcuni di loro guardare al passato non ha senso, mentre per la scrittrice Olivia è essenziale per capire. E' in questo che si trova la forte frattura generazionale da risolvere, che ho espresso anche mescolando immagini molto diverse, da quelle di repertorio ai video degli smartphone.

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