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LECCE. Sacha Baron Cohen non sarà il protagonista di Greed, il nuovo film di Michael Winterbottom, ispirato al miliardario Green Philip, soprannominato il 'Trump britannico', un tempo a capo della catena dei grandi magazzini BHS poi svenduti. Il regista inglese - Orso d’oro  a Berlino 2003 con Cose di questo mondo e Orso d’argento a Berlino 2006 con The Road To Guantanamo - lo anticipa al Festival del cinema europeo che gli dedica una retrospettiva premiandolo con l’Ulivo d’oro alla carriera. Del resto proprio in Puglia tempo fa Winterbottom aveva pensato di girare un film, rimasto sulla carta, ambientato nella Palestina degli anni ’30.

Che cosa narra Greed?

E’ un’opera satirica di finzione con personaggio centrale un miliardario che ha accumulato una grande fortuna con magazzini di abbigliamento confezionato, sfruttando il lavoro sottopagato all’estero. Un super ricco che improvvisamente si trova in crisi e che per esorcizzare il momento difficile organizza una festa sontuosa nella quale si veste da imperatore, prologo di una fine tragica.

La disparità economica è un tema che le sta a cuore, avendolo affrontato anche nel documentario The Emperor’s New Clothes.

Negli ultimi dieci anni vi è stato un aumento esponenziale delle diseguaglianze a causa del libero mercato, delle banche e Greed, letteralmente avidità, ha a che vedere con tutto ciò. E’ una commedia divertente grazie alla quale mi auguro che il pubblico rifletta su questa disparità enorme. Non credo al cinema a tesi, ma un cinema nel quale l’argomento, il messaggio deve essere adeguatamente nascosto, travestito per risultare efficace.

Tra i suoi progetti futuri c’è The Wedding Guest?

Sì, è un road movie ambientato in India e Dev Patel, già interprete di The Millionaire, è un cittadino inglese che intraprende, insieme a una donna, un viaggio partendo dal Pakistan e attraversando l’India, dal Punjab fino a Goa.

La variazione è una costante del suo profilo artistico, caratterizzato da storie, toni e registri diversi. La definizione di artista ‘eclettico’ la ritiene svalutante?

Non la considero spregiativa. Ho avuto la fortuna nella mia carriera di vedere realizzati numerosi progetti che sono nati dai miei interessi. Il punto di partenza può essere qualsiasi: un articolo, un documentario, un libro, un incontro. Un film è il risultato di un processo molto lungo e se l’interesse sopravvive nel tempo, la fortuna sta nel trovare chi convinto finanzia il progetto. Tanti dei miei film sono variazioni di road movie che parlano di rapporti con le persone, di affetti.

Meredith: The Face of an Angel è ispirato a un libro di una giornalista americana sul caso dell’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia. Perché ha scelto di occuparsi di questa vicenda giudiziaria?

Spesso un film è frutto del caso, mi sono imbattuto nel libro, anche perché in quel periodo avevo una figlia che era partita per studiare all’estero, c’era perciò una vicinanza con la storia della studentessa Meredith. E il punto di partenza del film è capire perché la gente è attratta dal fatto di cronaca nera, quale il motivo dell’ossessione quasi morbosa, senza che si rifletta sulla condizione dei parenti della vittima. Il film non entra nel merito della vicenda, non indica un possibile colpevole.

Dopo The Trip, una divertente comedy tv in 12 episodi, perché non si cimenta anche con una serie tv drammatica?

Un film dipende dal soggetto che affronta, non ha importanza se sia fatto per la televisione o per la sala cinematografica. Mi è capitato di lavorare sia per il piccolo che per il grande schermo, o avere come nel caso di The Trip una versione sia televisiva che per il cinema. Non esprimo un giudizio su cosa sia meglio o peggio, di sicuro c’è un’estetica diversa. La televisione consente molto più tempo se si hanno tante cose da esprimere, ma la formula serie tv drammatica ha un’estetica più formattata che risponde a determinati canoni, limitanti per un autore. Credo che la tv si presti molto meglio alla commedia e al documentario.

Come racconterebbe oggi la vita in un quartiere di Damasco e di Aleppo?

Ho incontrato giornalisti, operatori di Ong, diplomatici inglesi e americani e mi hanno riferito quanto di terribile e incredibile sta accadendo in queste città. Ho promesso che non avrei più fatto un film sui reporter, un mestiere che è cambiato rispetto a vent’anni fa quando l’ho raccontato in Benvenuti a Sarajevo. Allora i corrispondenti erano tutelati dagli editori che li inviavano sui fronti di guerra. Oggi in Siria ci sono giovanissimi freelance che rischiano in prima persona. Sarebbe invece interessante riflettere sulla nostra capacità di comprendere quanto avviene in luoghi lontani e differenti da quelli in cui viviamo, che cosa ci viene detto e non detto per formulare un’opinione.

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