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NYON – Un anno fa, a Visions du Réel fu presentato Il senso della bellezza, documentario di Valerio Jalongo che esplorava il CERN in ottica filosofica ed estetica. Nel 2018 il noto festival svizzero accoglie un altro film girato nei pressi di Ginevra, all’interno della comunità scientifica: Almost Nothing, ritratto della componente umana di quel microcosmo che è il centro di ricerca. In occasione della prima mondiale a Nyon abbiamo incontrato la regista Anna de Manincor, nata a Trento nel 1972, residente a Bologna, attiva in giro per il mondo, che ha realizzato il film con il collettivo ZimmerFrei con cui collabora abitualmente.

Com’è nata l’idea del film?

L’idea è del produttore, Umberto Saraceni, che aveva distribuito il nostro progetto precedente. Da tempo voleva fare un film sul CERN, che lui conosce molto bene, e pensava che noi fossimo le persone giuste per fare un film non sulla scienza, ma sul CERN come città, come villaggio. È un film sulla comunità di scienziati, informatici, ingegneri, ricercatori che abitano al CERN.

Lei conosceva già il CERN?

Sapevo della sua esistenza. Per prepararmi ho studiato a lungo, ho letto dei libri che mi sono stati consigliati da loro, anche solo per poter fare una domanda o affrontare argomenti che non fossero la solita favoletta del voler ricreare il Big Bang in piccolo. Tra l’altro ho scoperto una cosa buffa, restando in tema: i fisici vanno su tutte le furie se si parla della Particella di Dio, e ho visto degli adesivi negli uffici con su scritto “Se dici ancora una volta Particella di Dio, ti stacco la spina!”. Alvaro de Rújula, uno dei fisici teorici che si vedono nel film, dice una frase lapidaria: “Togli la nazionalità e la religione, e un luogo diventa civilizzato”. Ognuno rispetta la religione dell’altro, ma non ha niente a che vedere con il lavoro che fanno.

Quanto sono durate le riprese?

Quattro anni, iniziando nel 2014. L’ultima ripresa, che è l’immagine del poster, l’ho girata a montaggio quasi ultimato.

Da cosa nasce il titolo del film?

Da una loro conversazione, sul tetto. Una sera, con birra e pizza, erano in quattro: un fisico teorico, un fisico sperimentale, un musicista e una filmmaker loro amica. Come noi, loro sono ossessionati dal loro lavoro, e nel tentativo di spiegarlo a questa ragazza hanno detto che la materia di cui siamo fatti, al suo livello infinitesimale, è prossima al nulla, e non ci sappiamo spiegare di cosa sia fatto il 70% della materia in tutto l’universo. Alvaro ha detto che al momento il loro campo di ricerca è la struttura del vuoto.

Il film è una co-produzione tra Italia, Francia e Belgio. Come mai non ci sono stati contributi svizzeri?

Perché avevano già finanziato il film di Valerio Jalongo. Io sono molto grata al Belgio per il fondo di sviluppo, anzi, il fondo di scrittura. Non avevo mai scritto un documentario prima d’ora, e loro mi hanno costretto a farlo, prima in fiammingo e poi in inglese. Questo ci ha permesso di essere preparati prima di recarci al CERN, anche in termini di quello che volevamo girare.

Com’è stato presentare il film in anteprima mondiale qui in Svizzera, a pochi chilometri dal CERN?

Per noi è stato un restituire qualcosa alla Svizzera, e poi ci sono state otto persone, tra quelle che appaiono nel film, alla prima proiezione e dieci alla seconda. Il pubblico ha quindi la possibilità di incontrare i partecipanti, cosa piuttosto rara. Sono anche molto affezionata a questo festival, sono venuta nel 2014 con un altro film, praticamente autoprodotto, e presentarlo a Visions du Réel mi ha permesso di continuare a lavorare. È un festival molto bello, soprattutto per i registi: c’è un rapporto molto stretto con tutti.

Qui in Svizzera molti documentari escono in sala, anche fuori dal circuito essai, mentre in Italia è più difficile. C’è ancora un pregiudizio sul documentario come prodotto di nicchia?

Rispondo con una frase secca: i documentari sono l’antidoto alle fake news.

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