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NYON – È stato uno dei titoli più discussi dell’ultima Berlinale, un lungometraggio audace che sfida lo spettatore e lo mette a disagio, un progetto volutamente “scomodo” che ha vinto l’Orso d’Oro. Si tratta di Touch Me Not, opera prima della regista rumena Adina Pintilie, un ibrido tra finzione e documentario che esplora l’intimità e la sessualità. A quasi due mesi dalla vittoria berlinese abbiamo incontrato la cineasta a Nyon, dove il film è stato selezionato nel concorso internazionale di Visions du Réel. Era presente anche Laura Benson, interprete principale del progetto.

Com’è nata l’idea del film?

Quando avevo vent’anni pensavo di sapere come funzionano le cose: l’intimità, il desiderio, le relazioni. Nei vent’anni successivi quelle nozioni si sono fatte più confuse, mi sono resa conto che la vita è molto più complessa. Il processo creativo del film è nato da un senso di curiosità e dal bisogno di disimparare tutto quello che mi avevano insegnato la società e la mia famiglia sui concetti di intimità e bellezza. Il film è un’esplorazione della ricerca di intimità in modi inattesi, e di come l’idea di bellezza possa differire dalla norma. È stata un’esperienza formativa, come se un bambino imparasse di nuovo a camminare.

Laura Benson: Per me è stato più un workshop che un tradizionale lavoro da attrice, per via di come Adina si approcciava al film e al casting.

L’ibridazione tra cinema di finzione e documentario era prevista dall’inizio?

Sì, perché il processo creativo era un lavoro di ricerca. In questo caso la finzione è uno strumento per creare una zona sicura, dalla quale è poi possibile esplorare aree che possono mettere a disagio. Volevo anche sfidare il concetto della sospensione dell’incredulità, perché questo non è un film che si può leggere in modo convenzionale. La presenza mia e della macchina da presa serve a comunicare il fatto che quello che state vedendo è uno spazio autentico, reale.

Il film è una co-produzione tra cinque paesi. Sarebbe stato possibile produrlo con il sostegno di una nazione sola?

No, non credo. È stato un processo lungo e impegnativo, con la partecipazione di persone provenienti da paesi diversi. È una co-produzione su tutti i piani: i finanziamenti, il cast, le ricerche. Il cast è veramente internazionale: Regno Unito, Francia, Islanda, Romania, Bulgaria, Germania… È un film che va oltre i confini, un dialogo tra culture diverse.

Come ha vissuto le reazioni contrastanti a Berlino?

Sono aperta al dibattito, perché il film stesso è un invito al dialogo. Detto questo, ritengo che i giornalisti cinematografici debbano assumersi la responsabilità di ciò che dicono, perché talvolta possono avere un effetto nocivo. Inviterei la stampa e il pubblico a dare una chance al film prima di giudicarlo, ad essere aperti al dialogo. È molto interessante che le reazioni siano così forti e diverse tra loro: perché ci si arrabbia dinanzi al primo piano di uno dei personaggi? Da dove proviene quel disagio?

Laura Benson: Può anche essere una questione di incomprensione. Si potrebbe pensare che certe scene siano state girate di nascosto, quando in realtà tutti i partecipanti hanno dato il loro consenso per mostrare tutto ciò che si vede nel film.

Per chiudere, lei è la seconda regista consecutiva a vincere l’Orso d’Oro, ma nell’industria cinematografica in generale e ai festival in particolare si parla soprattutto della scarsa presenza femminile. Settimana scorsa la stampa ha contestato il programma di Cannes dicendo che in concorso c’erano solo tre film diretti da donne, e Thierry Frémaux ha affermato che per lui la selezione dovrebbe basarsi sulla qualità del film e non sul sesso di chi lo ha realizzato. Qual è la sua opinione al riguardo?

Sono assolutamente d’accordo. Sono consapevole del problema legato alla dominanza di registi maschi, ma non penso che un processo di selezione debba essere influenzato da questo. Non nego che ad altri colleghi sia successo, ma personalmente non sono mai stata discriminata nel mio campo in quanto donna. D’altronde faccio parte di una generazione segnata dal cambiamento, quando studiavo cinema il numero di maschi e femmine era più o meno uguale. È anche possibile che non mi sia accaduto semplicemente perché lavoro in modo più indipendente. Il mio film, tra l’altro, va al di là della nozione del gender, non è né maschile né femminile. È un film sull’umanità.

Laura Benson: Per me è un discorso diverso, perché non faccio la regista o la produttrice. Però sono d’accordo con Adina: i film vanno scelti in base ai propri meriti e alla qualità, non per una questione di quote.

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