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BOLOGNA. Arriverà in sala con I Wonder Pictures a inizio 2019 We The Animals, il sorprendente esordio di Jeremiah Zagar, Next Innovator Award all’ultimo Sundance Film Festival, e presentato in anteprima internazionale al Biografilm. Un film innanzitutto sull’infanzia di tre ragazzini che crescono come possono, tra gli alti e i bassi di genitori fragili, una madre a volte depressa, un padre a volte violento. Eppure in questa famiglia portoricana della working class, precaria e instabile, non mancano momenti d’amore e complicità. I tre fratelli inseparabili Manny, Joel e Jonah vivono questo costante oscillare tra lacrime e euforia dei loro genitori, arrangiandosi, facendo gruppo quando è necessario. Manny e Joel diventano versioni del loro padre, Jonah per reazione tiene un diario dove disegna e scrive (grazie alle animazioni è un altro personaggio del film), creando sempre più un mondo dell'immaginazione tutto suo.

Il 37enne regista americano Zagar si è imbattuto 6 anni fa per caso con il piccolo e omonimo romanzo di Justin Torres, trovandolo tra i libri consigliati di una libreria di Soho. Ha letto sul momento la prima pagina e ne è rimasto rapito, così se l’è portato nel caffè della libreria dove l’ha letto per intero. Affascinato ha pensato subito di farne un film, così ha acquistato alcune copie e una l’ha data al suo produttore.

Ha subito incontrato lo scrittore?

Sì, gli ho spiegato come intendevo trarne un film, con attori senza esperienza e che avrebbero dovuto vivere tutti insieme in una casa. Che avrei utilizzato estratti del libro, ma avrei lasciato agli attori la libertà di improvvisare , ispirandosi alla propria vita. L’idea è piaciuta a Torres che mi ha ceduto i diritti del libro per pochi soldi, nonostante le case di produzioni hollywoodiane gli avessero fatto offerte di ben altro tipo.

Come avete lavorato alla sceneggiatura?

Insieme al mio sceneggiatore siamo andati al laboratorio del Sundance Film Festival che è un incubatore per gli esordienti. Ma il nostro adattamento non ha convinto, abbiamo cambiato alcune parti dello script, non seguendo passo passo il testo ma mantenendone la natura, e comunicando a Torres che non avremmo fatto nulla senza la sua approvazione e lui non si è mai opposto. Lo scrittore alla fine è stato coinvolto in tutte le versioni della sceneggiatura, è sempre stato presente sul set e anche in sala montaggio e abbiamo avuto la sua approvazione totale per tutte le scene girate.

Come avete proceduto per il casting?

Per il ruolo dei genitori, abbiamo voluto interpreti professionisti ma poco conosciuti, non hollywoodiani, due interpreti con i quali i bambini, non attori, potessero sentirsi liberi. Per un anno e mezzo abbiamo lavorato al casting. Nelle scuole, negli eventi sportivi di New York abbiamo fatto provini a circa mille ragazzini, abbiamo trovato per primi i due fratelli maggiori, mancava però Jonah, il protagonista del film. Quando ci siamo imbattuti nel gemello di un ragazzino portoricano che inizialmente ci interessava, un bambino timidissimo, che non parlava, ma quando la macchina da presa lo riprendeva, lo schermo si illuminava, non c’era bisogno delle sue parole, bastava la sua presenza.

Nel film c’è anche suo figlio?

Ho deciso di filmare la sua nascita e così quando sono cominciate le doglie ho chiamato il produttore chiedendo di noleggiare una videocamera e portarmela in ospedale, poi ho fatto spegnere tutte le luci, utilizzando solo quella stupenda d’alto. E’ stato bello, avevo una telecamera digitale piccola e così sono rimasto vicino a mia moglie durante la nascita.

Tutto più semplice nella scelta degli attori per il ruolo dei genitori?

Ho capito che l’attore nei panni del padre era la persona giusta quando, appena l’ho conosciuto, gli ho detto che non era un film normale il mio, non è che arrivi sul set, giri e poi torni a casa. C’è una famiglia che creeremo e il fulcro della famiglia è l’intimità perciò voglio che vieni a casa mia e tu interpreti una scena nella vasca con mio figlio di 3/4 mesi. E ha fatto finta di essere suo padre, un test che abbiamo poi usato nel film perché era bellissimo e che ci ha fatto capire che avrebbe funzionato.

Come ha trovato nel film l’equilibrio tra il mondo dell’infanzia e il dramma familiare?

 C’era una famiglia molto simile in un film che ho presentato qui dieci anni fa, In a dream. La famiglia di allora era la mia, e anche lì si gridava, c’erano scene di sesso disturbante, eppure c’era la magia. Quando ho letto We The Animals ho trovato la stessa atmosfera ma con protagonisti più giovani. Il libro mi mostrava questa famiglia che viveva in una condizione estrema e io interagivo, mi potevo identificare, però tutto attraverso una sorta di riflesso, di memoria onirica che richiama quei momenti senza giudicarli.

E’ stato anche importante trovare il luogo giusto, che cosa hai cercato?

La storia è ambientata nell’Upstate di New York che è circa una trentina d’anni indietro fisicamente rispetto alla città, una zona che si chiama ‘cintura della ruggine’ perché un tempo era il centro manifatturiero dell’America, mentre ora le fabbriche sono tutte chiuse e abbandonate. Volevamo una situazione dove si percepisse la decadenza dell’America dopo un periodo di prosperità. E abbiamo cercato una casa tipica della classe lavoratrice, anche il colore era importante perché è emblematico, finché una famiglia con quattro figli ce l’ha affittata. Abbiamo girato nove mesi con una interruzione di sei mesi aspettando l’inverno e che i bambini crescessero.

Le immagini finali sono un omaggio a uno dei primi film di Ken Loach, Kes?

Il trasferimento del libro sullo schermo ha richiesto una struttura più chiara, più precisa. Un arco temporale, un’evoluzione, perché il libro è molto poetico, salta di qua e di là. Avevamo invece bisogno di strutturare lo sviluppo narrativo del film perché fosse comprensibile. Così mi sono ispirato alla scena del film di Loach, quando il ragazzino recupera in un bidone della spazzatura questo falco che adora.

Si aspettava il successo ottenuto al Sundance?

Non mi aspettavo una accoglienza così calorosa, c’ero stato quattro anni fa a questo festival con un documentario e le recensioni un po’ miste  avevano cambiato la mia carriera. Tornandoci ho detto a mia moglie che non avrei letto nessuna recensione, lei sarebbe andata in sala la sera e io sarei rimasto a casa con il nostro bambino piccolo. Ho cercato di non partecipare al Festival, perché ero talmente nervoso non sapendo come l’avrebbero accolto. Poi sono arrivate le telefonate: ‘Jeremiah, il film ha avuto un’ottima accoglienza’. Il premio è stato una sorpresa totale ero così ubriaco che gli amici mi hanno portato a casa, mi hanno messo a letto.

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