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VENEZIA - Dopo La notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani, presentato domenica scorsa, tocca a Il portiere di notte di Liliana Cavani, uno dei film più importanti ma anche più controversi degli Anni ’70 rivivere a Venezia Classici, nella versione restaurata realizzata in collaborazione dall’Istituto Luce-Cinecittà e dal Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale. Il restauro è stato personalmente supervisionato dalla regista e realizzato da Pasquale Cuzzupoli, apprezzato tecnico che lavora ai restauri realizzati a Cinecittà. Il film è proiettato a Venezia nell’edizione originale, che permetterà anche al pubblico italiano di apprezzare per la prima volta le voci dei due interpreti principali Charlotte Rampling e Dirk Bogarde. Il portiere di notte è uno dei grandi film degli Anni ’70, dal percorso tormentato (vietato in Italia ai minori di 18 anni e bloccato più volte da associazioni di famiglie cattoliche), che affronta da un lato la memoria rimossa del nazismo e il tentativo dei nazisti sopravvissuti di cancellare il proprio passato, dall’altro la complessa dinamica erotica e sentimentale, di dominio reciproco, che si instaura tra vittima e carnefice. Ne parliamo oggi con la regista che, con l'occasione, ammonisce contro i pericoli del rimosso storico, ed esorta le donna ad essere più solidali tra loro e libere.

Quando uscì “Il portiere di notte” fu subito accolto bene in Francia ma in Italia non fu ben capito e venne anche vietato ai minori di 18 anni per la scena d’amore. Se il film uscisse oggi come verrebbe accolto? 
Ci siamo un po’ emancipati adesso, ma se il film uscisse oggi, onestamente non so se potrebbe essere compreso per il verso giusto.  All’epoca ho avuto la fortuna di avere un produttore di origini americane, Bob Edwards, che prima della guerra lavorava per la Fox e sapeva come gestire il film. Preferimmo farlo uscire prima in Francia, rinunciando anche a fare una proiezione a Cannes. Lì infatti fu subito capito e accolto benissimo. La critica scrisse subito che era il portiere della notte rispetto al buio dell’Europa sul nazismo e fascismo. 

Ha già visto la versione restaurata realizzata da Istituto Luce Cinecittà e Centro Sperimentale di Cinematografia? 
Ho visto l’HD americano, però su schermi televisivi. Un ottimo lavoro che aspetto però di guardare sul grande schermo.

Pensa che la Storia abbia preferito mettere una pietra sopra a nazismo e fascismo piuttosto che farci veramente i conti? 
Ne sono convinta. Ho visto di recente un documentario Rai in cui vengono intervistati dei criminali nazisti, ormai novantenni, responsabili tra l’altro della strage di Marzabotto. Quando gli chiedono conto di quello che hanno fatto e del perché, rispondono con smorfie di superiorità: “Erano tutti partigiani”. Ma c’erano anche donne e bambini…  Questo vuole dire che l’Europa ha preferito mettere una pietra sopra ai fatti e che ancora non c’è vera coscienza di quello che è accaduto. E questo è grave perché rischiamo di ritrovarci al punto di partenza.

Che cosa può insegnare il film alla società italiana contemporanea, in particolare ai giovani? 
In Italia non si insegna molto la storia, neanche ai miei tempi lo si faceva, e questo è un grande problema perché siamo destinati a cadere negli stessi errori del passato. Anche i partiti oggi non fanno la loro parte e neanche la Rai, che ha tantissimo materiale di repertorio ma non lo trasmette o lo fa a notte fonda. Io, ad esempio, ho fatto un documentario di quattro ore sul nazismo che mostra la storia del Terzo Reich, che andrebbe mandato in onda subito.

Crede che i ragazzi di oggi ignorino cosa sia realmente stato il nazismo? 
Nel ‘65 per il documentario Il giorno della pace ho intervistato alcuni ragazzi italiani e tedeschi chiedendo loro di Hitler. Loro, per tutta risposta, mi hanno chiesto chi fosse alzando le spalle, magari l’hanno fatto per prendermi in giro ma io ho avuto lo stesso un sussulto. Comunque c’è da dire che i tedeschi alla fine non hanno punito nessuno, solo i personaggi di spicco del processo di Norimberga, dove Eichmann stesso appare come un burocrate che si sente a posto con la propria coscienza.

Ancora oggi la parità di genere nel settore cinematografico è una questione attuale, proprio come ai suoi tempi. Possibile che non sia cambiato nulla? 
Contrariamente ad altri campi, come la medicina, dove ci sono donne riconosciute in molti settori, nel cinema è più difficile perché non c’è un vero sistema di carriere, è mercato puro. Anche se è sempre brutto e avvilente fare quote sul talento, è un problema da affrontare.

La disparità nel settore deriva anche da un, più radicato, problema sociale? 
E’ diversa anche l’educazione che ricevono in casa i maschi da donne non emancipate, che trasmettono l’immagine femminile come colei che ha le responsabilità domestiche. Anche la televisione trasmette spesso questa immagine, che è qualcosa di assurdo e anacronistico, perché al giorno d'oggi tutto è talmente vissuto in chiave elettronica che la fatica un tempo appannaggio del lavoro dell’uomo, non esiste più. La tecnologia ha liberato la donna, che però sembra debba ancora prenderne piena consapevolezza e acquisire la capacità di insegnarlo. Anche la seduzione va gestita. La donna deve imparare a vivere meglio, sfuggendo alla dittatura dei tacchi alti sempre e comunque. Deve imparare ad essere elegante, solidale, senza la fisima di voler attrarre l’uomo. 

Che tipo di film guarda oggi che ritiene rappresentino bene la società contemporanea? 
A suo modo, anche se con certi stereotipi, credo che la commedia sia il tipo di linguaggio che rappresenta meglio la società di oggi. Ma anche qui si sente il bisogno di una voce femminile.  

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