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Il sognatore incallito ce l’ha fatta: il “film maledetto” arriva nelle sale. Nei cinema italiani dal 27 settembre L’uomo che uccise Don Chisciotte, la pellicola più travagliata di Terry Gilliam, la sua ossessione, costellata da una serie di imprevisti e catastrofi che l’hanno accompagnata per tutta la lunga gestazione durata ben venticinque anni, come ricorda il cartello iniziale. Un film a cui l’ex Monty Python ha iniziato a lavorare nel 1989, dopo la lettura del capolavoro di Miguel de Cervantes, andato però in produzione solo nell’autunno del 2000, con sei giorni di lavorazione decisamente difficili: la troupe ha dovuto fare i conti con un’alluvione improvvisa e con rumorosi aerei da caccia che hanno iniziato a volare sulla zona, un malore ha colpito l’attore che interpretava Don Chisciotte che ha dovuto lasciare il set a causa di un dolore che gli impediva di andare a cavallo. Tutte disavventure che hanno portato al primo blocco delle riprese, documentato passo passo nel documentario Lost in La Mancha diretto da Keith Fulton e Louis Pepe  nel 2002. Ma le disavventure non sono finite lì, di mezzo, prima della fine riprese, ci sono numerosi problemi produttivi, la morte di due degli interpreti inizialmente designati, e una sceneggiatura scritta e riscritta più volte. Un percorso tortuoso che l’ha accompagnato fino alla presentazione ufficiale allo scorso Festival di Cannes, dove film e regista hanno rischiato fino all’ultimo minuto di non arrivare: il primo per una disputa finanziaria con il produttore Paulo Branco che chiedeva di bloccare la proiezione, il secondo per l’ictus, per fortuna non grave, che lo ha colpito pochi giorni prima dell’annunciata presentazione sulla Croisette. Ma proprio come Don Chisciotte, sognatore, idealista e romantico, che non vuole accettare i limiti della realtà e che continua a camminare nonostante gli ostacoli,Terry Gilliam ha continuato senza scoraggiarsi, fino a portare la storia del Cavaliere dalla triste figura al pubblico contemporaneo.

Girato tra Spagna e Portogallo, L’uomo che uccise Don Chisciotte è una storia magicamente folle e colorata, sognante, che racconta di un giovane e sfacciato regista di spot pubblicitari, Toby (interpretato da un bravo Adam Driver), che ritorna nel villaggio spagnolo in cui da giovane studente di cinema aveva realizzato il suo primo film. Si ritrova, così, intrappolato nelle bizzarre illusioni di un vecchio calzolaio spagnolo (Jonathan Pryce) che crede di essere Don Chisciotte e che lo scambia per Sancho Panza, ed è costretto ad affrontare le tragiche ripercussioni del film che aveva realizzato che ha inciso in modo indelebile sulle aspettative e sui sogni di un gruppo di persone semplici a cui è stata data la possibilità di trasformarsi.   

Il lunghissimo processo produttivo, durato 25 anni e costellato da una serie incredibile di imprevisti e catastrofi, non l’ha scoraggiata. Cosa l’ha spinta a non smettere?
Ci abbiamo lavorato così tanto che l’idea di finire davvero le riprese è quasi surreale. La ragione per cui ho continuato è che tutti mi dicevano che la cosa più ragionevole sarebbe stata smettere, e io non credo nelle cose ragionevoli e nel buon senso. A volte i sognatori incalliti alla fine ce la fanno. Penso che il problema del Don Chisciotte sia che quando ti appassioni a questo personaggio e a quello che rappresenta, diventi tu stesso Don Chisciotte. Ti muovi nella follia, determinato a trasformare la realtà nel modo in cui la immagini. È un personaggio pericoloso perché ti entra nel cervello e non riesci a liberartene, ti accompagna quasi fino in punto di morte. Quasi, ho detto.

Cosa succede quando si hanno quasi trent’anni di tempo per scrivere e riscrivere un'opera?
È una cosa positiva perché quando hai così tanto tempo per scrivere ti annoi delle idee di partenza, lasci andare le cose più banali e rimangono tra le mani solo le idee più geniali. Io, in fondo, sono un mistico e penso che il film alla fine si è scritto da solo. Solo che è uno scrittore molto lento. 

Da dove è partito il lavoro di adattamento del classico della letteratura spagnola Don Chisciotte e quanto è cambiata la sceneggiatura nel corso del tempo?
Quando ho letto il libro nel 1989 ho pensato fosse impossibile farne un film perché è un’opera così monumentale, profonda, ricca. Quando ho capito che non potevo girare il Don Chisciotte nel modo in cui lo aveva scritto Cervantes, mi sono chiesto se potevo fare un film raccontando una storia che ne catturasse l’essenza senza fare strettamente riferimento al libro. L’idea originale era quella di basarmi sugli ultimi fuochi di un vecchio uomo nostalgico, che passa il tempo con altri anziani ricordando il passato e recriminando sul presente. A un certo punto, però, decide di smetterla e di mettersi all’opera. Poi, con gli anni, ci sono stati una serie di cambiamenti sulla sceneggiatura, e con l’ultimo, circa tre anni fa, ho deciso di raccontare la storia di un regista che in gioventù aveva realizzato un film dal titolo L’uomo che uccise Don Chisciotte.

Quanto è diverso il film di oggi da quello che sarebbe stato agli inizi?
Questo film non sarebbe potuto esistere nel 2000, ogni film ha senso in un momento specifico della vita e con un gruppo specifico di attori, e quelli di oggi sono completamente diversi da quelli dell'epoca. Quello che cercavo di fare allora non era poi così interessante come il film di oggi. Questa versione è stata realizzata con la metà dei soldi e questo ci ha permesso di concentrarci di più sull'essenza.

Il protagonista Toby affronta le ripercussioni di un film realizzato da giovane, che ha inciso in modo indelebile sulle aspettative e sui sogni degli abitanti un piccolo villaggio.
Tutti i film hanno un impatto e si ripercuotono sulle persone. Ho voluto raccontare cosa era capitato a un gruppo di persone semplici a cui viene data la possibilità di diventare diverse, anche come esortazione per gli artisti ad assumersi la responsabilità delle proprie opere. Toby ha creato don Chisciotte, come Frankenstein, e per questo ha una grande responsabilità, ma non se ne cura. Troppi film non si prendono la responsabilità degli effetti che hanno sulle persone, troppi registi non si rendono conto dell’importanza di realizzare qualcosa di determinante per il pubblico.

Com’è avvenuta la scelta di scelta di Adam Driver per il ruolo del giovane e sfacciato regista di spot pubblicitari con un passato da idealista?
L’ho incontrato in un pub a Londra. Non avevo visto nessuno dei suoi lavori precedenti e mi è piaciuto perché era completamente diverso da come, fino a quel momento, avevo immaginato l’attore che doveva interpretare il personaggio. Mi è sembrata una cosa buona perché avevo voglia di un nuovo inizio per il film.

Si sente più vicino a Don Chisciotte o a Sancho Panza nel suo rapporto con la vecchiaia?
Penso che alcune persone invecchiando diventino più simili a Sancho Panza: più rigide, timorose di tutto quanto va fuori dagli schemi. Altri, invece, diventano più fantasiosi e simili a bambini, proprio come Don Chisciotte. Ma in realtà non esiste un personaggio senza l’altro, noi tutti siamo contemporaneamente entrambi, dipende, poi, da quello che la vita ci dà e da noi stessi decidere se essere più folli e fantasiosi oppure più razionali e noiosi.

Sul finale c’è una proiezione nell’irrazionale come possibilità estrema di futuro e superamento della morte.
Don Chisciotte non muore mai perché la sua esperienza e la sua storia si tramanda tramite l’arte. Don Chischiotte continuerà sempre a vivere perché troverà una nuova voce. 

Che progetti ha adesso?
Non ho idea precisa di cosa farò, ma sono certo che voglio fare un altro film.

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