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Il cinema di Bruno Dumont è capace di dividere, “sempre sospeso tra cielo e terra” come lui stesso, filosofo prima che regista, lo ha definito. Anche se nei suoi film ha avuto interpreti come Juliette Binoche o Fabrice Luchini, Dumont ama lavorare con attori non professionisti per poter sfruttare al meglio un metodo di regia degli attori che è un’evoluzione dell’essere umano che ha davanti. Il non professionista gli permette di adattare e cambiare il personaggio scritto in sceneggiatura per condurlo alla versione finale del film. Abbiamo incontrato il regista francese, ospite del Napoli Film Festival, per fare un punto sulla percezione del cinema italiano in Francia, finendo per capire che la situazione sembra essere generale con l’industria e il profitto che hanno preso possesso del giocattolo svuotandolo del suo principale carattere.

Qual è la percezione in Francia del cinema italiano in generale, oltre ovviamente i grandi nomi, spesso ospiti con i loro film, ad esempio, al Festival di Cannes?

“Devo dire che la percezione è spesso riferita al passato… mi spiego meglio, il cinema italiano è stato talmente grande che in Francia e nel mondo intero si vive una grande nostalgia di quelli che sono stati i vostri grandi maestri. Al giorno d’oggi il cinema italiano vive una stagione diversa, anche se la cultura italiana rimane forte; ma non è un problema esclusivo del dell’Italia ma del cinema mondiale. Il cinema moderno vive una sorta di formattazione e di omologazione generale. Il problema è europeo e in Francia è esattamente lo stesso”.

Si tratta di un problema creativo legato alla cultura occidentale?

“È un problema principalmente di cultura politica; è stata una scelta sbagliata quella di rinunciare al potere del cinema di educare le menti volendone fare un’arte esclusivamente di intrattenimento. Questo ha fatto si che sia stato lasciato nelle mani dei privati che chiaramente investono e hanno uno sguardo più attento alla redditività del prodotto che al contenuto e si è rinunciato al potere educativo del cinema e a mio avviso se non ritorna nelle mani dello Stato le cose non potranno migliorare”.

Per salvaguardare il cinema nazionale, cosa pensa dell’obbligo di quote di cinema nazionale da ospitare in sala, come accade già in Francia?

“Assolutamente sì, penso che si debba proteggere il cinema, perché se non lo si protegge sarà divorato dall’industria. E spetta proprio allo Stato finanziare il cinema che conserva un potere incredibile di educare alla vita culturale e alla vita spirituale, ed è veramente tragico che i giovani non conoscano i maestri, la ricchezza del cinema. Ci sono ragazzi di 20 anni che conosco che non sanno chi è Fellini o Marco Ferreri, e questo non può essere un bene”.

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