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Alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Riflessi del MAXXI, viene presentato Lascia stare i santi di Gianfranco Pannone e Ambrogio Sparagna, prodotto e distribuito da Istituto Luce Cinecittà. Ritorno al cinema etno-antropologico tradizionale, quello di De Martino e De Seta, viaggio in Italia lungo un secolo nella devozione religiosa popolare. Santi antichi e più recenti, madonne bianche e nere, processioni devozionali… espressioni di un bisogno di sacro in apparenza molto lontano da noi, ma che così lontano non è. Ancora oggi, specie nel Sud Italia, con “isole” anche al Nord, la fede popolare è un fatto concreto, che trova la sua massima espressione nel canto, nella musica.

E i suoni proposti in questo film da Sparagna – musicista ed etnomusicologo – accompagnamento ideale delle immagini tratte dall’Archivio Luce, ne sono una chiara testimonianza.  Le voci narranti sono di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni. “L’Italia arcaica – dice Pannone – non è così lontana da noi. Io sono credente ma con uno sguardo laico. So che i nostri nonni sono stati indotti a vergognarsi delle proprie origini contadine. Mia zia invece di portare uova fresche a pranzo portava il panettone Motta e l’amaretto di Saronno. Questo è il dramma antropologico reso anche dalle parole di Pasolini lette da Gifuni nel film. E’ una cosa a cui tengo molto, nel film c’è il mondo della religione ma anche le voci degli intellettuali. Gramsci, Silone. E quelle degli gnostici. Ci manca culturalmente qualcosa, ed è la coscienza. La coscienza del mondo da cui proveniamo, e non si tratta solo di essere religiosi. Non volevo raccontare il passato contadino e pastorale solo attraverso la miseria del vivere quotidiano, cercavo qualcosa che fosse anche festoso e mistico.  Questo dice il popolo di cui ci siamo dimenticati, il popolo della magia che non è solo superstizione, ma strumento utile a rendere la vita più sopportabile. Il santo fa da tramite. Questo restituisce realmente dignità a quel mondo popolare, il mondo del sacro che va rispettato ma prima di tutto individuato e messo in rapporto con la natura”.  

Abbiamo chiesto a Pannone se il film si inserisca in un nuovo filone che vede riemergere i temi della Fede, come nel caso di Liberami di Federica Di Giacomo o de La ragazza del mondo di Marco Danieli, o ancora Vangelo di Pippo Delbono: “C’è una crisi del pensiero laico – risponde – che diventa via via più asciutto e povero di linfa. Credo che la Fede sia una cosa personale, ma non c’è dubbio che sia un fenomeno ed evidentemente non sono il solo a intercettarlo. Cerco di guardare oltre il presente, oltre la vicenda storico-politica che magari ho affrontato nei mei precedenti lavori. Bergamasco e Gifuni lo commentano, li abbiamo scelti, insieme ad Ambrogio, perché hanno entrambi esperienza nell’interpretazione del testo attraverso la voce”. Nell’immediato futuro del regista c’è Mondo Za, documentario ispirato alla figura di Cesare Zavattini: “ma non è una biografia – spiega Pannone – mi ispiro piuttosto a ciò che gli gravita intorno e racconto delle storie che provano a individuare come Zavattini oggi vedrebbe la ‘bassa’ emiliana e mantovana, dal nero che rappa sui suoi testi alle famiglie indiane che hanno sostituito gli allevatori di bestiame a due pescatori con coscienza politica che cacciano il pesce siluro, divoratore di tutte le altre specie del Po’, un po’ come gli esseri umani. Ma con Luce Cinecittà e Sparagna stiamo lavorando anche al seguito ideale di Lascia stare i santi che si chiamerà, come lecito, Scherza coi fanti, e che racconterà il complesso e diffidente rapporto degli italiani con il mondo militare. Andrà a comporre una trilogia iniziata nel 2010 con ma che Storia…

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