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TRIESTE - Zombie all’assalto, scienziate senza scrupoli, alieni piombati sulla Terra la notte di Halloween, gialli irrisolti che risalgono alle origini del cinema e sanguinosi fatti di cronaca fatti rivivere per il grande schermo. Si è visto questo e molto altro i giorni scorsi a Trieste, durante il Science + Fiction Festival, uno dei principali eventi italiani dedicati al genere fantastico conclusosi domenica sera con la vittoria dell’opera prima di Claire Carré Embers, coproduzione polacco-americana che si è aggiudicata il Premio Asteroide nel concorso principale.

Per sei giorni, dall’1 al 6 novembre, la città giuliana ha accolto non solo proiezioni, ma anche incontri di futurologia, mostre, concerti e altri appuntamenti dedicati ai videogames, al fumetto e alla realtà virtuale. La sedicesima edizione, appena conclusa, ha segnato un netto aumento delle presenze italiane all’interno del programma: cineasti del presente e del passato, appartenenti a diverse generazioni di cinema, hanno avuto l’occasione di incontrarsi davanti a un pubblico quest’anno ancora più numeroso rispetto agli anni scorsi. Nella ricorrenza dei 40 anni dalla pioneristica rassegna Fant’Italia, prima vera retrospettiva sul cinema fantastico italiano curata nel 1976 da Lorenzo Codelli e Giuseppe Lippi per l’allora Festival della Fantascienza e La Cappella Underground, Science + Fiction ha richiamato a sé gran parte della “vecchia guardia”: Dario Argento, Ruggero Deodato, Lamberto Bava, Luigi Cozzi. E non solo per accompagnare alcuni titoli “cult” come La casa dalle finestre che ridono, Il gatto a nove code, Terrore nello Spazio, Il figlio di Dracula e Baba Yaga, riproposti per l’occasione in collaborazione con la CSC – Cineteca Nazionale. All’interno della sezione Spazio Italia, infatti, tra gli eventi speciali, Ruggero Deodato e Luigi Cozzi hanno presentato i loro ultimi lavori. Dopo un lungo periodo di silenzio, “Monsieur Cannibal” è tornato al lungometraggio trovando libera ispirazione in uno dei più cruenti fatti di cronaca nera degli ultimi anni, noto anche come il “delitto di Perugia”. Il suo Ballad in Blood - racconta lo stesso Deodato - interamente girato a Orvieto, “è la risposta a quanti mi hanno chiesto per anni di fare un altro Cannibal Holocaust. Dal momento che fin dall’infanzia mi appassiona la cronaca nera, ho pensato di raccontare una storia immaginata a partire da un omicidio avvenuto qualche anno fa tra ragazzi, studenti sballati, strafatti di droghe”. Nel cast del nuovo film hanno lavorato principalmente attori alle prime armi (Carlotta Morelli, Jacopo Mazzuoli e Angelo Orlando sono gli interpreti principali), ma in un piccolo ruolo si riconosce anche Ernesto Mahieux, che prestò il volto a Peppino L’imbalsamatore per Matteo Garrone nel 2002.

In Ballad in Blood l’osservazione del reale si mescola a una deriva onirica sempre attraversata da dosi massicce di humour. Senza per questo sottrarsi a uno sguardo critico e feroce sulla cosiddetta “generazione Erasmus”, che qui assume i tratti dei nuovi potenziali “cannibali”. Anche per Luigi Cozzi il punto di partenza consiste in un fatto di cronaca, seppure meno conosciuto. Un mistero rimasto irrisolto che riguarda l’inventore Louis Le Prince, dileguatosi in circostanze misteriose dopo aver brevettato una macchina per filmare immagini in movimento e proiettarle su uno schermo, pochi anni prima dell’avvento del “cinematografo”. “Blood on Méliès Moon - racconta Cozzi - parla di mondi paralleli, prendendo spunto da qualcosa che è realmente accaduto, ossia la scomparsa di colui che ha brevettato il cinema dieci anni prima dei Lumière. È svanito senza lasciare traccia, assieme ai prototipi delle macchine, su un treno che lo stava portando a Parigi per il lancio della sua invenzione. Un giallo. Si presume che sia stato ucciso. C’è una teoria che circola in rete, io però non la affronto nel mio film”. “Mi sono imbattuto in questa storia curiosa - prosegue il regista - e ho voluto usarla come spunto per un omaggio al cinema delle origini. Non si tratta di un film sperimentale, però mi sono divertito a cercare di spiazzare lo spettatore. Ci vuole un po’ per capire il meccanismo narrativo, bisogna pensare. Non come nei blockbuster americani dove tutto è già annunciato”.

Oltre alla presenza di questi autori di culto del cinema di genere italiano, osannati dai fan sia in patria che all’estero e presi a modello da alcuni autori del cinema americano contemporaneo, da Tarantino a Eli Roth, Science + Fiction si è assicurato anche la presenza di giovani autori emergenti, intenti a declinare la loro voglia di “fantastico” attraverso diverse direzioni artistiche. Almost Dead, che concorreva per il Premio Méliès d’Argent da assegnare al miglior lungometraggio europeo di genere fantastico, pensato per il mercato estero e girato interamente in inglese in un bosco del Catanese, è una storia di dannazione che scaturisce dal senso di colpa della protagonista, Hope, scienziata alle prese con una crisi di coscienza. Al suo risveglio, dopo un incidente d’auto, non ricorda nulla. Ma lentamente i ricordi riaffiorano. Intanto, la sua vita è minacciata da un gruppo di “quasi morti” e avrà a disposizione solo un paio ore per riuscire a trovare un antidoto al virus che ha già colpito lei e buona parte del genere umano.

Il regista trentunenne Giorgio Bruno ha attinto al ricordo di un incubo infantile, quando ha sognato di trovarsi dentro una macchina senza via d’uscita, accerchiato da famelici zombie. “Una situazione tipica dell’horror - spiega - attorno alla quale ho cercato di creare una metafora della solitudine”. Spazio Italia ha invece ospitato Federico Sfascia, autore di un anarcoide pastiche di generi super low-cost intitolato Alienween, e la coppia artistica formata da Skanf & Puccio con il loro lungometraggio di animazione East End, ambientato in un’ipotetica periferia capitolina mentre si sta giocando il derby Roma-Lazio e sullo stadio Olimpico incombe un satellite militare utilizzato dagli Stati Uniti per dare la caccia a un terrorista. Assieme a loro sono intervenuti una decina di registi di cortometraggi e i promotori di alcuni progetti seriali a tematica sci-fi: Blatta di Daniele Ciprì, miniserie adattata per la tv dal graphic novel di Alberto Ponticelli, e le web series Onyros di Marco Businaro e Cristian Tomassini e Dystopian: Lovesong di Stefano Moro. Infine, senza trascurare Monolith di Ivan Silvestrini, primo film Bonelli e unico italiano in gara nel concorso principale (vedi intervista), ha trovato spazio anche un progetto nato tra i banchi di scuola: Buzzi Space Trip – Un’avventura spaziale, girato da Christian Pergola nel 2015, quando sei compagni di scuola, anche loro studenti dell’Istituto Tecnico di Prato, hanno lanciato nella stratosfera una sonda spaziale per rilevare dati ambientali ed effettuare riprese video della Terra. Questa non vuole essere solo una testimonianza, ma anche un invito ai docenti affinché non perdano l’entusiasmo per il loro lavoro, perché – per dirla con parole del giovanissimo videomaker - “con un pizzico di ambizione e di entusiasmo si può arrivare molto in alto”. “Trovo incoraggiante - ha commentato Luigi Cozzi - la presenza di autori giovani che si affacciano al cinema di genere, è come assistere a una tradizione che continua. Qualcosa ultimamente sta cambiando. La commedia, per esempio, sta tornando a essere ciò che è stata in passato, guarda di più al sociale. Ora mi auguro che qualcosa di analogo avvenga anche nell’ambito del cinema fantastico. Spero che i nuovi autori non si limitino a imitare i nostri film, ormai datati, ma che piuttosto riprendano il senso del nostro lavoro e intraprendano una loro strada autonoma, guardando al presente, per rivolgersi al pubblico di oggi”.

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SCIENCE+FICTION FESTIVAL 2016

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