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TORINO -  "La vita è una farsa che tutti devono portare avanti", con questa frase di Arthur Rimbaud si apre il mockumentary di Bruno Bigoni, Chi mi ha incontrato, non mi ha visto al TFF nella sezione After Hours del festival. Un lavoro nato da un'autentica passione del regista, "una vera storia d'amore iniziata durante l'adolescenza" la definisce, per quel poeta singolare che smise di scrivere a soli venti anni. Eppure la sua è una produzione particolarmente importante. "Fu tra i primi artisti della fine dell'ottocento - sottolinea Bigoni - a distruggere i versi e passare alla poesia in prosa. A lui hanno fatto riferimento dadaisti e futuristi, ma è stato molto amato anche dal mondo del rock e da artisti come John Lennon".
Il segreto che si nasconde dietro il suo silenzio letterario viene ricercato ancora oggi da studiosi e appassionati, e l'omaggio che gli fa Bigoni non è solo un viaggio avventuroso alla ricerca di alcune risposte sulla vita di un grande poeta, o un film sulla poesia in generale, ma soprattutto "qualcosa che parla della capacità di vivere una vita come Rimbaud insegna, che riesca ad andare al di là della normalità o dell'apparenza. Perché la parola può cambiare il mondo quando ha il coraggio di andare oltre e di cercare la verità. Che è un po' quello che racconta anche il titolo del film, Chi mi ha incontrato, non mi ha visto, qualcosa che ha a che fare con il concetto di guardare senza vedere o ascoltare e non capire”. 
  
L'occasione viene offerta a Bigoni da un'enigmatica donna francese, che dice di avere in mano la chiave per risolvere il mistero Rimbaud. Una fotografia inedita che, se acquistata e resa pubblica, potrebbe gettare una nuova luce sulla vita e sull’opera del poeta rivoluzionando quanto finora detto. Si tratta di una foto in cui s’intravede in una stanza che sembra un ospedale, un corpo seduto su un letto, senza la gamba destra (a Rimbaud fu amputata la gamba destra pochi mesi prima della sua morte) che tiene in mano un foglio su cui si leggono chiaramente dei versi che non compaiono in nessuna delle opere conosciute del poeta. Questo vorrebbe dire che il poeta in punto di morte ha composto dei nuovi versi. Bruno, convinto che l’uomo della foto sia il poeta, fa ricerche per comprendere la possibile autenticità della foto, cerca consiglio tra studiosi e amici, infine si decide per l’acquisto. A tutto ciò, si aggiunge poco tempo dopo un’altra sconvolgente scoperta. Oltre alla fotografia, infatti, ci sarebbe la possibilità di entrare in possesso di un documento straordinario: la registrazione originale della voce del poeta, raccolta a Marsiglia poco prima della sua morte.

Tutto il film si basa su qualcosa che non può essere dimostrato, che non è vero ma che potrebbe esserlo, e pone l'accento sulla questione dell'autenticità nell'era della riproducibilità: "La questione di fondo è se si crede o non si crede a questo film. Come per i quadri di Elmyr de Hory - il falsario  descritto da Orson Welles - che sono identici all'originale, questo ci porta a chiederci cosa sia vero e cosa sia falso in un contesto in cui si può falsificare tutto". Un concetto che nel documentario ribadisce la pronipote ancora vivente di Rimbaud che interrogata sull'autenticità dello scatto risponde: "La cosa importante è se lei ci vuole credere o no, solo questo conta. Se lei ci crede allora vuol dire che è autentico".
  

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