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Quando la Shoah fu anticipata dall'eutanasia nazista
Stefano Stefanutto Rosa
Nebbia in agosto è il primo film che affronta l’eutanasia nazista, una storia rimasta sconosciuta per oltre 30 anni e che anticipa alcuni temi della Shoah. Molti dei medici e del personale attivi nel programma 'Aktion T4' parteciperanno poi allo sterminio di massa nei lager”. Così Marcello Pezzetti, storico della Shoah, che apprezza molto l’impianto narrativo e lo stile del film del tedesco Kai Wessel, una coproduzione Germania e Austria distribuita dal 19 gennaio da Good Films che, come ricorda Francesco Melzi, da alcuni anni è impegnata a ricordare il Giorno della Memoria, 27 gennaio, proponendo al pubblico titoli come In Darkness di Agnieszka Holland e Il labirinto del silenzio di Giulio Ricciarelli.

Nebbia in agosto, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Domes, narra la vera storia del 13enne Ernst Lossa (Ivo Pietzcker), un ragazzino tedesco della popolazione nomade jenisch, orfano di madre e disadattato. Ritenuto ‘ineducabile’ in quanto ribelle, Ernst è recluso in un ospedale psichiatrico, una delle cliniche dove tra il 1939 e il 1944 vennero uccise con la pratica dell’eutanasia, o meglio dell’omicidio di massa, 200mila persone, a cominciare dai disabili psichici e fisici, che non erano in grado di contribuire al benessere della ‘comunità nazionale’, anzi ne costituivano una diseconomia secondo l’eugenetica nazista.
Ernst, ragazzino sensibile e intelligente, si accorge che alcuni suoi compagni vengono uccisi sotto la supervisione del medico responsabile dell’unità psichiatrica (Sebastian Koch), sia con una miscela di barbiturici sia con la cosiddetta ‘dieta della fame’. Ernst, sempre più consapevole del progressivo sterminio, proverà ad opporsi aiutando gli altri giovani ricoverati e organizzando una fuga con il suo primo amore.

“Ho già fatto alcuni film sul Terzo Reich, soprattutto nel corso degli ultimi anni, ma il tema della psichiatria sotto il nazionalsocialismo mi era ignoto, sebbene nel frattempo siano stati pubblicati diversi libri in materia - spiega il regista Wessel - Si è scoperto molto dagli anni ’80 in poi, ma prima di allora era un vero e proprio tabù. C’è voluta più di una generazione per rivelare quello che è accaduto… il film ci chiede di non vedere la disabilità come un’inadeguatezza, ma come una diversità che dovremmo proteggere e sostenere”.
Fino all’agosto 1941 si stima che oltre 70mila persone malate di mente vennero uccise nel Reich, dopo che era stato firmato da Hitler nell’ottobre 1939 e retrodatato al 1° settembre delle stesso anno il ‘decreto eutanasia’, o meglio ‘Aktion T4’ - dall’indirizzo di una villa situata al numero 4 di Tiergartenstraße, a Berlino – che indicava i criteri di selezione. Il più importante era la capacità o meno del paziente di lavorare, di produrre un beneficio economico.
I dirigenti degli ospedali psichiatrici dovevano compilare dei resoconti per ciascun paziente, poi inviati a Berlino, dove altri psichiatri decidevano la vita o la morte del soggetto ricoverato. Bus e treni trasportavano le persone selezionate in uno dei sei ‘ospedali della morte’ dove venivano uccise nelle camere a gas. Una metodologia che preparò il successivo sterminio degli ebrei europei, del resto in molte parti della Germania i pazienti psichiatrici ebrei furono uccisi per primi.
Dal 1941 in poi i prigionieri dei lager incapaci di lavorare furono anch’essi ammazzati negli ospedali della morte.

Nell’agosto 1941 Hitler pose fine al ‘T4’ dopo che la notizia di questi avvenimenti aveva creato proteste tra la gente. Da quel momento l’eutanasia diviene decentrata come mostra il film. Sono gli stessi medici, gli assistenti sociali e le suore, complice il silenzio della Chiesa, a sopprimere i pazienti nelle unità psichiatriche tramite avvelenamento o con cibo non nutriente. Nel dopoguerra, come ci ricorda nei titoli di testa il film di Wessel, molti medici e organizzatori di questi omicidi di massa furono dichiarati non colpevoli o vennero sanzionati con pene leggere. Comunque tornarono a svolgere l’attività di sempre.
Nel 2014 è stato inaugurato a Berlino un luogo dedicato alle vittime di quel programma di eutanasia nazista secondo cui il valore economico, la razza e l’eredità genetica di una persona erano gli elementi fondamentali a stabilire il diritto alla vita.
 
 
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