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Esce in sala The Dinner, attesissima pellicola di Oren Moverman, con Richard Gere, tratta dal romanzo omonimo dello scrittore olandese Herman Koch, che ha ispirato anche l'italiano Ivano De Matteo per I nostri ragazzi, riadattato per l’occasione alla realtà americana. Il film, come il romanzo, è talmente ricco di temi che può mandare in confusione. Era in concorso all'ultima Berlinale. Una coppia è invitata a cena in un elegante ristorante. Gli interpreti sono Steve Coogan e Laura Linney. Qui attendono il fratello di lui (Gere) che si rivela essere un politico importante in piena campagna, accompagnato da sua moglie (Rebecca Hall). C’è molta tensione, il dialogo non scorre come dovbrebbe, entriamo in possesso di nuove informazioni che ribaltano il punto di vista. Il personaggio di Coogan soffre di disturbi mentali, e inoltre i due giovani rampolli delle due famiglie si sono macchiati di un crimine terrificante. Cercare di capire quale sia la cosa migliore da fare sembra impossibile, e il plot si dipana come un thriller dell’anima non privo di colpi di scena, con una struttura ricca di flashback, con vaghi echi del Carnage di Polanski, ma dai risvolti ancora più drammatici e inquietanti, e divisa in ‘portate’ come se si trattasse di un pasto, che però prevede nel finale un boccone molto amaro.

Alla conferenza stampa non si poteva non parlare di politica, e Gere non si è certo risparmiato su Donald Trump: “La cosa più orribile che ha fatto – ha detto – è stato unificare il concetto di ‘rifugiato’ con quello di ‘terrorista’. Così ora i rifugiati non sono più gente da aiutare, ora ne siamo spaventati, e questo è stato il suo più grande crimine. E il numero di crimini dovuti all’odio è incredibilmente aumentato da quando è in giro Trump. Di questo parliamo nel film. Dobbiamo stare molto attenti a come ci relazioniamo gli uni agli altri. Dobbiamo essere in contatto e amarci”. Poi ha sdrammatizzato lievemente: “comunque a cena con Trump non ci andrei mai. Nemmeno mi inviterebbero”.

Anche Steve Coogan ha detto la sua: “Sì, il mio personaggio ha problemi mentali, ma rispetto al Presidente praticamente soffre appena di un lieve mal di testa”. Si è parlato, naturalmente, anche del film e dei suoi personaggi: “Il mio – dice ancora Gere – è invece una brava persona, pur essendo un politico. O almeno prova ad esserlo. Non avevo letto il libro, ho invece giocato sull’ambiguità. Volevo che all’inizio sembrasse un personaggio poco piacevole, un donnaiolo, superficiale, insomma il cliché del politico, per poi tirare fuori un’anima inaspettata, costruendolo pian piano attraverso la struttura del film”.

“Ricordiamoci – ha detto invece il regista Moverman – che viene da un grande libro, che mi ha ispirato moltissimo. Ho fatto qualche cambiamento per adattare il tutto alla realtà americana, soprattutto circa il concetto di ‘peccato originale’. Ogni cultura ne ha uno. Per l’America è la guerra civile, così le scene che nel romanzo erano ambientate a Berlino e riguardavano la Seconda Guerra Mondiale le ho spostate a Gettysburg, dove il Nord ha cominciato a vincere e si sono determinati i destini della nazione. E’ un momento importante per il personaggio di Coogan, che è un professore di storia e a contatto con questi luoghi dal forte impatto emozionale dà di matto e rivela il suo disagio”.  

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