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Moda mia, scritto e sceneggiato da Marco Pollini, che ritorna a lavorare con Pino Ammendola, dopo Le badanti, narra la vicenda del tenace Giovannino, imbrigliato nella tradizione sarda più radicata, eppure desideroso di realizzare il suo sogno a Milano, capitale della moda. Pino Ammendola (Antonio), anche co-autore dei dialoghi, convince particolarmente in un ruolo poco consueto, per come siamo stati abituati a conoscerlo, solitamente più prossimo alla commedia: “Ci ho messo tanto impegno per parlare in dialetto sardo. Non è stato semplice, è un film delicato e tanto profondo, indaga su una personalità che fatica ad esplodere. Ci riesce piano, con intelligenza e sensibilità”.

Quello di Ammendola è un padre istintivo, primitivo, e antico per il tempo moderno, un pastore sardo i cui due figli piccoli – Giovannino adolescente e Stella (Mariandrea Cesari) di 8 anni – per quanto eredi d’una terra natìa petrosa, impregnata di profumi e di millenaria tradizione contadina, al tempo stesso non possono non appartenere anche alla loro epoca; in particolare il più grande, per motivi anagrafici più stimolato a essere curioso del mondo, tanto da comprendere che il suo sogno non può essere realizzato lì, nel cosmo agreste del padre-padrone, bensì nella più metropolitana Milano, capitale e custode della realizzazione del suo desiderio, la moda.

“Ci siamo ispirati alla storia di un ragazzo di Sassari che realizza abiti dalla spazzatura, si chiama Federico Careddu, ha 15 anni. È un film sul sogno, un sogno che parte dal basso; è stato girato in Sardegna, tra Cannigione e Palau, una terra che amo molto, nonostante io sia veronese”, dice il regista. Il contrasto tra trama e ordito del racconto sembrano puntuali anche nell’estetica del film, in cui Pollini sceglie cromie della gamma dei marroni, dal bianco sporco, passando per un giallo pallido inacidito, fino al colore della terra, sfumature che riflettono l’universo agricolo, in dichiarato contrasto, non solo con la circostante Sardegna non prossima al mondo della pastorizia, ma anche completamente ribaltato rispetto all’immaginario del capoluogo lombardo e del - totalmente differente - mondo della moda, fatto di incarnati, tessuti e luci che nulla hanno a che spartire con quelli di Antonio e dell’adolescente e ancora isolano Giovannino Sanna. A interpretarlo è l'esordiente Francesco Desogus, poetico eppure solido.

Sotto il letto di Giovannino “dorme” nascosto un manichino, il suo gioco "serio" che, sottratto agli occhi del padre, è il primo complice della messa in opera del sogno, un corpo di legno e tessuto che si fa anima del suo talento e del desiderio, da non mortificare prima di averlo vissuto appieno.

Tra i personaggi anche Domenico (Davide Garau), particolarmente convincente nel ruolo, non scontato e rischioso, dell’adolescente omosessuale. “È una favola a lieto fine, Marco ha creduto tanto in questo progetto, ed io con lui. Spesso, nelle piccole pellicole si racchiude la profondità di realtà dimenticate”, conclude Pino Ammendola.

Il film esce in sala il 23 marzo, prodotto e distribuito da Ahora! Film – Uci Cinemas.  

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