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The Ring 3: la maledizione ai tempi della rete
Andrea Guglielmino
Una delle storie più famose del folklore nipponico è quella di Bancho Sarayashiki. Del racconto esistono molte versioni, ma forse la più interessante è quella del castello di Himeji. Il castello dell’Airone Bianco, come è altrimenti noto, è il più famoso e meglio conservato del Giappone. All’interno del complesso  esisteva ed esiste tuttora, un pozzo: il pozzo di Okiku. Siamo nel XVIII secolo e Okiku era una bella ragazza al servizio del signore del castello, Hosokawa Katsumoto. Un giorno venne a conoscenza di un complotto ordito dal Capo della Guardia, Asayama Tetsuzan, per rovesciare il suo signore, di cui Okiku era segretamente innamorata. Per vendetta, il Capo della Guardia riuscì a far incolpare la donna di un tremendo crimine: fu lui stesso a violentarla e torturarla prima di gettarla brutalmente nel pozzo del castello.

Con queste premesse, non poteva che venirsi a creare una splendidamente spaventosa storia di fantasmi (“yurei” in lingua), che avrebbe ispirato secoli dopo prima lo scrittore Koji Suzuki, e poi il regista Hideo Nakata che la modernizzarono fondendola col concetto di ‘leggenda metropolitana’ nel film di successo Ringu, destinato a generare orde di seguiti e remake sia in Giappone che negli Usa. Il concetto è semplice. Gira una videocassetta (siamo agli inizi del 2000, il passaggio al DVD non è ancora molto affermato), con un video inquietante. Ferite aperte, insetti, sguardi allucinati, un pozzo, un cerchio di luce. Paura e sofferenza. Chi la vede è condannato. Squilla il telefono (anche se è staccato): una voce cavernosa sibila “Sette giorni”. E’ il tempo di vita che rimane alla vittima, prima che Sadako, la bambina gettata crudelmente nel pozzo in questa versione, venga a prenderla sotto forma di zombie e trascinarla nell’oscurità con sé. A meno che la vittima non realizzi una copia della cassetta – era questa la risoluzione nel finale della prima pellicola – passando coì la maledizione a un altro spettatore.

Ora siamo al terzo film della saga americana (che cominciò nel 2002 con il rifacimento statunitense a opera di Gore Verbinski). Si chiama Rings (in Italia semplicemente The Ring 3) è diretto da F. Javier Gutiérrez, esce il 16 marzo con Universal e deve affrontare l’interessante problema della modernizzazione: ovvero, come funziona la maledizione di Sadako ora che una copia di un video si fa con un click, che il telefono lo si porta sempre con sé in tasca, che gli schermi televisivi non sono più a tubo catodico, che i contenuti video si diffondono come virus attraverso la rete, con una velocità molto maggiore rispetto a quanto accadeva quindici anni fa?

Questo è l’aspetto più interessante di questo sequel che per il resto si perde un po’, pasticcia la storia tirando in ballo il passato di Sadako e un professore che ne studia la fenomenologia, e ripete schemi di generazione della paura un po’ desueti. Un esempio su tutti: le vittime che, paralizzate dal terrore, invece di scappare di fronte alla minaccia restano lì ad attendere il loro tristo destino. Un paio di salti dalla sedia restano comunque garantiti, ma le due ‘presenze’ di maggior richiamo restano la protagonista Matilda Lutz (particolarmente conosciuta in Italia, per L’ultima ruota del carro di Veronesi e L’Estate addosso di Muccino, tra gli altri) e Vincent D’Onofrio nei panni di un ambiguo uomo di Chiesa. 
 
 
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