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Veronesi: quest’Italia da cui fuggire
Carmen Diotaiuti
Sono oltre centomila i ragazzi che ogni anno lasciano l'Italia per trovare altrove il luogo in cui realizzarsi. Un flusso silenzioso, senza valigie di cartone ma che di quelle migrazioni che già ci videro protagonisti conserva le asfissie da spazi troppo chiusi che mettono alle strette, in cui l'unica via d'uscita sembra quella di cercare all'estero una casa per i propri sogni. Di questo parla Non è un Paese per giovani, il nuovo film di Giovanni Veronesi che arriva in sala dal 23 marzo con 01 Distribution. "È un lento ma inesorabile esodo che porterà alla mancanza di tasselli fondamentali in alcune generazioni del futuro" sottolinea il regista che per il film si è ispirato all'omonima trasmissione radiofonica che conduce quotidianamente su Radio 2 insieme a Massimo Cervelli. "Ogni giorno alla radio ascolto la storia di qualche ragazzo che se n'è andato all'estero non perché voleva fare esperienze, come ha detto il ministro Poletti, ma perché si è sentito espulso da un Paese che tratta i giovani come se fossero ernie. I loro racconti sono a volte divertenti, ma a volte anche pieni di una spietatezza insostenibile. Mi sembrava giusto raccontare questo momento storico delicato, anche se il film prende poi un'altra strada, più consona a me che non sono un sociologo e voglio raccontare piuttosto l'anima di questi ragazzi che vanno altrove per capire se stessi”. Un viaggio nella psiche dei ragazzi d'oggi, che piacciono al regista soprattutto per quello spirito incosciente che poi negli anni inevitabilmente si perde. “Io sono stato fortunato nella mia vita, quando ho deciso di fare il regista ho incontrato Francesco Nuti che mi ha preso sotto la sua ala protettrice. Così non ho mai pensato di andare all'estero, anche perché all'inizio degli Anni ‘80 a farlo erano solo gli intellettuali o chi aveva una famiglia ricca alle spalle. Non c’era l’esigenza di andar via, ci avevano fatto credere che l’Italia fosse un Paese florido, e noi ci avevamo creduto”.  

La storia di  Non è un Paese per giovani è quella Sandro e Luciano (Filippo Scicchitano e Giovanni Anzaldo) due coetanei dall’indole profondamente differente, uno sfrontato e brillante, l’altro timido e sensibile. S’incontrano tra i tavoli del ristorante romano dove lavorano come camerieri in un momento in cui, come tanti loro coetanei, sentono che la loro vita in Italia non ha alcuna prospettiva. Così, presi da euforica incoscienza, decidono di cercare un futuro a Cuba, la nuova frontiera della speranza dove tutto può ancora accadere e dove vorrebbero aprire un ristorante che offra ai clienti il wi-fi, ancora raro sull'isola. Arrivati all’Avana li accoglie Nora (Sara Serraiocco) una ragazza borderline e piena di energia che li guida alla scoperta di un destino diverso da come se l’aspettavano, fatto anche di scelte pericolose e violente e di addii silenziosi. “Un personaggio interessante perché pieno di sfaccettature” lo definisce l’attrice per la prima volta alle prese con una commedia e che, manco a farlo apposta, ultimamente vive a Los Angeles: “Sono una dei tanti ragazzi andati all'estero ma mi manca il mio Paese, anche se non è certo un posto facile per i giovani. Ma, del resto, anche l'America ha i suoi pro e i suoi contro”.

Girato quasi interamente a Cuba, “uno dei posti più difficili in cui lavorare, dove gli stranieri sono ancora controllatissimi e non sono ammessi imprevisti dell’ultimo minuto, come può essere un acquazzone in un giorno di riprese”; nel cast anche Nino Frassica, che fa spesso una capatina nel programma radiofonico di Veronesi, e Sergio Rubini che ha già interpretato vari film con il regista toscano: “Mi piace il suo modo di intendere la commedia, è sana, tridimensionale, con personaggi che provengono dalla realtà”. La colonna sonora è stata composta da Giuliano Sangiorgi dei Negroamaro, “scritta in viaggio, avevo paura non coincidesse con quello che provava il regista. Ma un comune sentire ci ha aiutato e la canzone finale del film ha molto sia della Cuba di oggi che di quella sinistra italiana di un tempo e di mio padre che la sosteneva”.
 
 
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