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Il palco di un teatro, un’attrice sta sostenendo un provino. L’apertura del film, in qualche modo, dichiara la drammaturgia, stretto confine tra finzione e reale. La donna sul palco è Isabel (Isabel Paris, stesso cognome della regista: chissà se questa omonimia è stata solo una scelta facile o una dichiarazione di affinità?), bella interprete quarantenne alla ricerca di un ruolo da protagonista: impersonata da Belén Rueda, nota stella del cinema spagnolo, in particolare dopo essere stata Julia in Mare dentro di Alejandro Amenábar, con cui ha conquistato il premio Goya come rivelazione dell’anno. Una donna elegante, raffinata, un po’ frustrata, ma non depressa, dal periodo affollato da provini ma da nessuna reale proposta di ruolo, che però potrebbe – pensa lei – offrirle il marito, Ángel (Eduard Fernández), scrittore di thriller e sceneggiatore, produttore cinematografico con la prima moglie, Susana (María Pujalte).  

Dal palco alla casa di famiglia, altro palco, soltanto più espressamente reale, in apparenza, si consuma tutta la (messa in) scena, che cammina sin da subito su un terreno dai toni equivoci ed esilaranti – Isabel non riesce a rispondere al telefono perché il costume di scena prevede abbia le mani legate; il grande divo del cinema che vorrebbero scritturare per il film viene scambiato da Ángel per l’idraulico, etc -,  man mano poi modellati su sfumature sempre più nere, sempre nel linguaggio della commedia. C’è complicità femminile, c’è competizione maschile e viceversa: c’è il gioco delle coppie, che s’instaura soprattutto intorno alla tavola, dove ci si rubano letteralmente le parole di bocca, interrotti da elementi di disturbo imprevisti (apparentemente) come l’arrivo nel convivio dell’ex marito dell’attrice, Carlos (Fele Martínez) accompagnato da una frivola fidanzata di turno, nonché incredibile dentista e autrice di micro teatro (Patricia Montero).  

La notte che mia madre ammazzò mio padre è commedia nera, o meglio la messa in scena di essa, abilmente scritta per riuscire a mantenere sempre in bilico l’interrogativo sul limite tra realismo e artificio, non solo nella costruzione delle situazioni, ma anche nell’ironia pungente di certe battute, come quando Isabel dice al marito: “Ángel questa è vita reale, non uno dei tuoi romanzi”, frase apparentemente innocua, invece pregna di un universo di decostruzioni possibili sul tema. Come dal titolo s’evince, un cadavere c’è e questo soggetto si presta a qualche sequenza dal sofisticato umore scuro: esilarante la scena in cui Diego Peretti, nel ruolo di un attore argentino di fama, cioè di se stesso, si trova costretto a fare pipì, in piedi, dando le spalle al morto, nella sinistra sensazione di essere osservato – che poi: come può un morto osservare? E invece… -, momento di snodo e illuminazione della sceneggiatura. Esilarante qui la battuta in cui Peretti chiede: “Perché non ti muovi?”, e il cadavere risponde: “Per mantenere continuità narrativa”. Nel film Isabel è la sottile regista di questo delitto (im)perfetto, o quasi: l’unica cosa che non poteva prevedere era il rientro anticipato dei figli dalle vacanze, dettaglio non irrisorio; avvolta in un tubino di velluto color rubino, memoria del sipario di un teatro, come del colore del sangue, ha “scritto” ogni dettaglio, ma siccome la realtà supera sempre la fantasia, il coup de théâtre della “pièce” si prende l’onore di imporlo la vita, drammaturga assoluta.  

Un film corale, sei personaggi tutti protagonisti, sei stelle della cinematografia spagnola riunite in un comune “teatro” di cui sono abilissimi interpreti; ciascuno nel pieno del proprio ruolo, singoli caratteri perfettamente definiti, al tempo stesso complici reciproci per un’armonia complessiva: la regista, Inés París, firma il suo quarto lungometraggio, dopo l’esordio con la commedia A mia madre piacciono le donne (2002) e il ruolo, attuale, di Direttrice Istituzionale dell’Audiovisivo della Fundaciòn, la SIAE spagnola. Il film fa parte della selezione per la decima edizione del Festival del Cine Español, a Roma dal 4 al 9 maggio presso il cinema Farnese di Campo de’ Fiori.

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