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CANNES - "Ho 22 anni, sono afgano. Quando ero piccolo, nel mio Paese, i miei genitori sono stati uccisi davanti a me perché non smettevo di strillare sotto le minacce dei soldati. Poi sono scappato in Italia, con una fuga durata tre mesi e costata 8mila euro". Il viaggio di Sea Sorrow, debutto alla regia dell'ottantenne attrice britannica Vanessa Redgrave, accolto al Festival di Cannes come evento speciale, inizia con questa drammatica testimonianza, solo la prima di una serie di vicende che scorrono davanti agli occhi e al cuore dello spettatore in questo documentario sulla "più grande crisi di rifugiati dopo la Seconda Guerra Mondiale" la cui forza sta, prima di tutto, nel sincero coinvolgimento politico ed emotivo della novella regista. "Quando ho visto alla tv le immagini del piccolo siriano Alan Kurdi, morto annegato insieme alla madre e alla sorella su una spiaggia turca - aveva detto l'attrice - mi sono detta soltanto... lo devo fare. E l'ho fatto. (...) Perché noi europei dimentichiamo davvero troppo facilmente la nostra storia e i nostri doveri. Non è solo un atto politico, è un gesto d'umanità che dovrebbe essere naturale e invece non lo è".

Con Sea Sorrow, il cui titolo deriva da una battuta contenuta ne La tempesta di Shakespeare
(quando Prospero racconta a Miranda di come sono diventati esuli in un'isola remota), Redgrave porta in primo piano le traumatiche esperienze dei rifugiati e delle decine di migliaia di minori non accompagnati a cui l'Europa non sta, di fatto, offrendo protezione, mettendole in relazione con le vicende di chi, in tempi in bianco e nero, fuggì dalle bombe e dalle persecuzioni naziste. In primo piano come intervistata o come narratrice, Vanessa Redgrave ricorda i precetti, disattesi, della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo firmata nel 1948 per mettere nero su bianco un "ideale comune" e sottolinea che "ciò che fa, o non fa, l'Unione Europea in merito è cruciale". Poi cammina tra le baracche dei migranti nella Giungla di Calais e manifesta insieme agli attivisti di Amnesty International al grido di "Refugees Welcome", mentre vengono snocciolati numeri da brividi: oggi nel mondo ci sono 65 milioni di sfollati, di cui la metà sono bambini.

Le transizioni tra una scena e l'altra, accompagnate dalle immagini sfocate di una coperta termica agitata dal vento, a evocare un mare fatto di migranti in pericolo, sono tra gli accorgimenti visivi - non molto riusciti - di un film che svela l'ingenuità registica dell'attrice. Ma Vanessa Redgrave racconta il "dolore del mare" tessendo, con il cuore in mano, dei bellissimi fili che uniscono le suggestioni shakespeariane e i drammi del fenomeno migratorio, le letture di Emma Thompson e Ralph Fiennes e le dichiarazioni di Sir Alfred Dubs, che lotta nella Camera dei Lord per assicurare tutela ai minori non accompagnati.

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