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CANNES - Settantaquattro anni e oltre 60 film, celebrati con la Carrosse d'Or - assegnata dalla SRF nell'ambito della Quinzaine des Realisateurs di Cannes -, la proiezione di Cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans e una lunga chiacchierata con tre giovani colleghi registi. L'indomabile Werner Herzog è tornato sulla Croisette per farsi onorare dai suoi pari e per regalare al pubblico un fiume di racconti di cinema che, dichiara subito, hanno tutti qualcosa in comune: "Tutti i film che ho fatto, anche quelli girati in Australia o in Amazzonia, sono bavaresi. Ho lasciato il mio paese, ma sicuramente mai la mia cultura. D'altronde l'ultimo re folle di Baviera, Ludovico II, poteva essere l'unico, a parte me, a realizzare un'opera come Fitzcarraldo".

Interrogato dai cineasti francesi Guillaume Brac, Alice Diop, Arthur Harari, Herzog spazia senza risparmiarsi tra le sue passioni e le sue visioni, tra creazioni e ossessioni. "E' visibile a tutti, ormai, che il Sogno Americano non funziona e che gli Stati Uniti oggi sono fragili. Anche i sogni presenti nei miei film sono più stabili di quelli della vita reale. E' vero che lavoro sempre più spesso in America -  ha aggiunto - ma perché mi pagano bene e un po' alla volta hanno capito che non mi si può mettere il cappio al collo. Grazie a grandi attori come Nicholas Cage che mi è stato complice nella mia versione del Cattivo tenente sono riuscito ad attirare produttori e investitori. Ma non le majors: non sono fatto per loro e loro per me, ci annoiamo a vicenda".

Poi spiega perché non ha mai realizzato un film sulla Germania contemporanea. "Quelli tra i miei colleghi che hanno raccontato il loro tempo, magari gli anni '70, vi sono rimasti spesso incastrati ed sono contento di non aver corso questo rischio. L'unico che poteva andare oltre era Fassbinder". Nella sua produzione di questi ultimi anni, Werner Herzog ha frequentato moltissimo il cinema documentario, senza smettere di sperimentare, con titoli come Into the Inferno e Cave of the Forgotten Dreams: "Spesso questi film sono venuti verso di me con veemenza. Io non mi sono mai posto grandi domande e non mi sono mai dato l'obiettivo di spiegare la condizione umana. Di sicuro non distinguo molto tra documentario e finzione, cerco solo di scavare a fondo e non limitarmi a opere basate sui fatti, che sono importanti ma hanno un potere normativo, ma non hanno la capacità di illuminare. Io cerco il livello più profondo di verità, l'estasi della verità".

Tra i tanti percorsi esplorati, non è mancato a Herzog quello dell'attore, con il ruolo del villain in Jack Reacher: "Mi sono ispirato a Klaus Kinski per trovare il modo di fare paura senza urlare o fare movimenti bruschi". Nel futuro, Herzog vede ancora molto cinema: "Ho un sacco di progetti nel cassetto e sono pronto a firmare anche col diavolo per continuare a fare il mio lavoro. Ma alle mie condizioni. Se si tratterà di una piattaforma digitale, per me va benissimo, il cinema come l'abbiamo conosciuto è morto e sepolto, ma è vivissimo in mille modi nuovi".

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