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CANNES - "E' stata una giuria molto democratica, ci siamo tutti molto rispettati e sebbene avessimo criteri di giudizio differenti, abbiamo sempre ascoltato e rispettato le opinioni altrui, arrivando a volte a condividerle, a volte no. Abbiamo avuto discussioni piene di passione ed entusiasmo nel difendere i nostri film preferiti, ma sempre pacifiche".  Parte dipingendo una giuria in pieno accordo il presidente Pedro Almodóvar che però, poco dopo si commuove apertamente alla domanda di un giornalista che gli chiede quanto gli sia costato, da attivista LGBT, non assegnare la Palma d'Oro a 120 battiti al minuto, film dato fino all’ultimo tra i favoriti cui è andato comunque il Grand Prix, secondo premio in ordine di importanza del festival. “Ho amato quel film dal primo minuto sino all’ultimo, non mi sarebbe potuto piacere di più”, ammette lasciando intuire le sue preferenze. Per poi interrompersi e aggiungere tra le lacrime, in ricordo degli attivisti che negli Anni ’90 lottarono per rompere l'indifferenza sul tema dell'Aids: “Campillo ha raccontato storie di eroi veri che hanno salvato molte vite”. Si dice poi sicuro che il film avrà un lungo e fortunato percorso nelle sale di tutto il mondo, e , sottolineando come sia comunque piaciuto anche agli altri membri della giuria, ribatte: “i premi sono stati frutto di una scelta molto democratica, io ho rappresentato solo un nono dei giurati”. Ma un commento più che positivo lo rivolge anche al vincitore della serata, la Palma d’Oro The Square di cui apprezza la grande immaginazione nel trattare tematiche serie: “Avevamo pensato a premiare l’eccezionale protagonista, ma poi abbiamo preferito concentrarci sul film nel suo insieme, una pellicola profonda e piena di questioni importanti, toccate con ricchezza di toni e originalità. Il soggetto, molto divertente, ne fa un film che si ha voglia di riguardare più volte, anche per coglierne i vari livelli interpretativi”.

Tra gli aspetti sottolineati in conferenza stampa la rappresentazione delle donne registe al Festival, che per il momento vanta una sola Palma d’oro al femminile assegnata a Jane Campion, ma che in questa edizione ha portato nel Palmares ben due registe donne, Sofia Coppola (migliore regista) e Lynne Ramsay (miglior sceneggiatura ex equo). “Sono molto contenta che abbiamo premiato il lavoro di Sofia Coppola – sottolinea l’attrice Fan Bingbing - non perché è il lavoro di una donna ma perché era un film valido.  Detto questo occorre incoraggiare le registe a presentare più film con protagoniste femminili”.  Una mancanza che sottolineano anche le altre due giurate Agnes Jaoui e Maren Ade: “E’ sbagliato pensare ancora oggi che il regista non sia un mestiere per donne. Esistono molte donne che fanno ottimi film, e sebbene ci siano grandi autori come Pedro Almodóvar, capaci di disegnare bellissimi personaggi femminili, si sente forte la mancanza di storie al femminile raccontate da registe” .

In un'edizione tormentata dalle polemiche su Netflix, inevitabile la domanda sull’influenza della Palma D’Oro in uno scenario di fruizione cinematografica in mutamento, su cui, però, i giurati non si sbilanciano: “Il premio ha sicuramente rilevanza e influenza sul pubblico francese, che ha una profonda cultura cinematografica “, sottolinea Will Smith. “Ma per il resto degli spettatori è difficile da stabilire. In ogni caso, ci saranno sempre belle storie da raccontare e narratori che cercheranno di mostrare nuove strade al pubblico ovunque, in sala o in qualsiasi altro luogo di visione”. 

Molto laconico il giurato italiano, Paolo Sorrentino, che ammette di aver amato Loveless, il film russo di Andrei Zvyagintsev che ha vinto il premio per la giuria. "L'immagine finale di quel film mi ha commosso - si lascia scappare il regista italiano - l'ho trovato un film davvero potente".

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