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L’identikit del nuovo pirata digitale è: maschio (55%), lavoratore (54%) in posizioni direttive o autonome, con un titolo di studio mediamente più elevato (62% diplomati). Lo sostiene la nuova indagine sulla pirateria audiovisiva - la terza dopo le precedenti del 2009 e 2011 - promossa dalla Fapav-Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali e affidata all’Ipsos di Nando Pagnoncelli che ha intervistato 1400 individui di almeno 15 anni, e oltre 200 tra i 10 e i 14 anni, in entrambe fasce d’età sia online sia di persona.
Sono state analizzate tre tipologie di pirateria: fisica, digitale, indiretta. Tra gli italiani di 15 anni o più, ben il 39% almeno una volta nel 2016 ha guardato illegalmente film, serie e programmi tv, nel complesso si stimano quasi 669 milioni di atti di pirateria compiuti e più della metà (370 mln.) riguardano i film, coinvolgendo il 33% della popolazione adulta.
Il fenomeno della pirateria di film risulta inferiore rispetto a sei anni fa: -4% (era 37% nel 2010) e -3% in termini di atti. Sono aumentati nettamente i pirati di serie e di programmi televisivi: nel 2010 erano, rispettivamente, il 13% e l’11% della popolazione, oggi il 22% e il 19%.

La tipologia di pirateria più diffusa è quella digitale (download, streaming o ricezione di copie digitali non originali) che coinvolge il 33% della popolazione italiana con un aumento per i film del 78% degli atti di pirateria digitale. Al contempo sono diminuiti dell’81% e del 50%, rispettivamente, gli atti di pirateria fisica e indiretta.
Quanto alla pirateria audiovisiva “under 15”: 1 ragazzo su 2 tra i 10 e i 14 anni dichiara di aver visto illegalmente negli ultimi 12 mesi almeno un film, una serie o un programma tv e la pirateria di film è sempre la più diffusa.

Solo 1 pirata adulto su 4 (1 su 5 tra i più giovani) ritiene che piratare possa considerarsi un gesto grave. L’oscuramento dei siti è  tra le forme di deterrenza considerate più efficaci (77%) e risulta aver portato il 31% dei pirati che l’hanno sperimentato a rivolgersi almeno una volta ad alternative legali.
La pirateria procura un danno finanziario annuo per l’industria audiovisiva di circa 686 milioni di euro, con le seguenti ripercussioni: 1,2 miliardi di euro di perdita in termini di fatturato delle aziende con una contrazione di PIL di circa 427 milioni di euro e 6.540 posti di lavoro persi.

E’ sulla strategia più o meno repressiva da intraprendere che si misurano le differenze dei soggetti intervenuti alla Casa del Cinema di Roma nel corso del dibattito seguito alla presentazione della ricerca. Per Federico Bagnoli Rossi, segretario generale FAPAV, si tratta  di sensibilizzare soprattutto i nativi digitali e poi puntare su due livelli: “Da un lato la consapevolezza sulla percezione del reato e dall’altro, in una prospettiva di crescita del mercato, una maggiore responsabilizzazione degli intermediari del web. L’impianto normativo oggi esistente in Italia è ancora valido, va solo applicato e implementato con forza da tutti quanti” .
Per Nicola Borrelli, DG Cinema- MIBACT, se i fondi previsti dalla nuova Legge Cinema per l’educazione audiovisiva consentono iniziative antipirateria nelle scuole, occorre tuttavia mettere in campo vantaggiose offerte commerciali di contenuti legali. Soluzione quest’ultima già ampiamente adottata per Giampaolo Letta di Medusa, per il quale il problema sono le cosiddette “finestre”, dato che la pirateria mette a disposizione da subito il film che arriva in sala. Ma Letta chiede anche che la sanzione penalizzi il consumatore non solo il sito illegale.

E la questione delle “finestre” torna per Alessandro Caccamo, consigliere Univideo, favorevole alla loro riduzione, a differenza di Massimiliano Orfei di Vision Distribution, contrario all’eliminazione o riduzione delle “finestre” convinto che la sala sia centrale nel consumo di cinema e dunque da promuovere con forza tra i giovani. Pessimista infine Stefano Selli di Confindustria Radio Tv che sottolinea quanto sia ancora inefficace l’azione penale e sanzionatoria.
Alla fine la strategia che emerge mette insieme l’intervento educativo e culturale accanto all’azione punitiva come sintetizza il regista Paolo Genovese: una politica culturale nelle scuole va coniugata con la sanzione dura nei confronti di chi compie un furto della creatività altrui.

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