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LOCARNO: Chi l’avrebbe mai detto che che Harry Dean Stanton, attore di tanto cinema indipendente americano, così come di moltissime produzioni hollywoodiane (fra questi non possiamo non ricordare Nick mano fredda o Il miglio verde), che ha vissuto una seconda giovinezza grazie a Wim Wenders che lo ha reso famoso con il film Paris Texas, si sarebbe ritrovato a Novantuno anni suonati, protagonista dell’esordio alla regia di un altro attore, il caratterista americano John Carrol Lynch? Il film si chiama Lucky, dal protagonista, è stato scelto dal Festival di Locarno fra le pellicole in concorso ed è cucito, letteralmente, addosso a Stanton. 

Si tratta di un viaggio in un’America lontana, immobile, che non esiste più o forse non è mai esistita. Lucky è un vecchio marinaio (“facevo il cuoco, da qui Lucky, perché era la cosa più facile”) che vive ritirato nella sua casa in mezzo al deserto; a fargli compagnia solo un imponente cactus piantato nel cortile. Non si è mai sposato, non ha figli, ma come dice spesso: “Una cosa è stare soli, un’altra sentirsi soli”; la sua vita si svolge fra il bar dove prende il caffè ogni mattina e quello in cui sorseggia il suo bloody mary la sera. In mezzo, lunghi pomeriggi passati a fare le parole crociate. Ma un giorno Lucky cade, senza motivo. La diagnosi del medico per Lucky è spiazzante: non si tratta di una malattia, è semplicemente la vecchiaia, il logoramento progressivo del corpo, che prima o poi lascerà anche chi come lui ha imparato a fermare gli anni dello spirito. Nel mondo di certezze quotidiane di Lucky ecco quindi la crepa, sempre più grande, da cui si è obbligati a guardare all’orizzonte l’avvicinarsi dell’esperienza suprema, quella della morte.

Ma cosa significa morire se non si crede in Dio, o nell’immortalità dell’anima? Lucky se lo chiede forse per la prima ma anche ultima volta, e le risposte le cerca nel mondo che gli appartiene, fra i due bar in cui sono racchiuse tutte le sue relazioni umane; luoghi sospesi nel tempo i cui avventori sono figure quasi irreali, oniriche, paradigmi dell’esistenza umana, spettri forse partoriti da una mente, magari quella dello stesso Lucky, che colpito dalla definizione di uno dei suoi tanti cruciverba ripete costantemente: “realismo è accettare una cosa per quella che è, ma quello che vedo io non è quello che vedi tu”. Ed è proprio nell’oscurità del bar che Lucky frequenta la sera che fa la sua comparsa David Lynch, nei panni di un amico di Lucky che ha perso la sua tartaruga, President Roosevelt. Quello di Lynch è un personaggio che pare rubato agli scenari nebbiosi dei suoi film, in bilico fra vita la reale e quella immaginata. Lucky osserva lui come tutti gli altri nel tentativo di trovare una soluzione che non gli faccia sembrare inutile l’esistenza rispetto a quello che inevitabilmente gli accadrà: “Un giorno la la morte spazzerà via tutto” e allora cosa succederà? Magari sarà semplicemente la conquista di una nuova libertà, come per President Roosevelt, che ha attraversato il cancello senza sapere cosa ci fosse al di là. 

È un’interpretazione questa che piace molto anche agli sceneggiatori Logan Sparks e Drago Sumonja. “la tartaruga fa parte, in fondo, della risposta che si dà Lucky rispetto alla morte - sottolinea Sparks - lui non cambia idea per disperazione, rimane fedele a quel cinismo buono che lo ha accompagnato per tutta la vita, quella che muta è la sua posizione. La tartaruga e il cactus sono, in questo film, gli elementi più duraturi. Volevamo rappresentassero quasi l’eternità, come una pietra o un fossile; ma anche gli elementi della natura si trasformano, solo che il processo è più lento”. Come a dire che sembra impossibile che una tartaruga riesca a scappare ma invece poi capita? “Certo – dice il regista – l’eternità è un’illusione, niente rimane fermo e il finale ce lo spiega in fondo”. 

Carrol Lynch racconta inoltre che il cast del film si è quasi formato da solo quando si è saputo che il protagonista sarebbe stato Stanton. Lo stesso David Lynch ha messo da parte tutti gli impegni lavorativi per poter recitare al suo fianco “è un film che solo Harry Dean Stanton avrebbe potuto interpretare… perché racchiude la sua vita, è un omaggio alla sua arte ma anche al suo modo di vivere. La sceneggiatura e i dialoghi sono tutti pensati con lui, sono ricchi di momenti in cui il personaggio coincide con la persona, come quelli in cui canta o quando sorride e guarda in macchina, verso il finale: quello è proprio un momento rubato. Stavamo camminando nel deserto e lui si è girato e ci ha disarmati con quel sorriso, che, lo abbiamo capito subito, era anche quello di Lucky”. Ma Harry Dean Stanton invece? Ha accettato subito o ha avuto dei dubbi? “Abbiamo dovuto convincerlo: Harry è un maestro zen, dice sempre: Mi piace non fare niente e poi riposarmi”.

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