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LOCARNO. “Un Paese in cui la cultura non è importante non è nemmeno lontanamente immaginabile. La cultura è la nostra storia, la nostra memoria, quello che lasciamo ai nostri figli; l’arte è in grado di colmare le divisioni e far dialogare le persone; è il mezzo più importante per capire il mondo. Non possiamo pensare di prescindere da essa per privilegiare la corsa agli armamenti”. È Tanto lucido quanto amaro il pensiero di Adrien Brody su quello che sta accadendo agli Stati Uniti sotto la nuova presidenza di Donald Trump.

L’attore, che il Festival di Locarno ha deciso di omaggiare con il Leopard Club Award 2017 è stato protagonista questa mattina di una lunga conversazione con il pubblico, una chiacchierata in cui con il direttore Carlo Chatrian ha ripercorso le tappe fondamentali della sua carriera, insistendo appunto sull’attualità: “Sono qui come artista e non come politico – ha precisato – ma sento il dovere di dire che ci sono molte cose che mi preoccupano rispetto alle decisioni che negli Stati Uniti si stanno prendendo riguardo alla cultura. Hanno tagliato il contributo, già molto ridotto, destinato al fondo per le arti, un nulla rispetto a quello che viene speso ogni anno per fabbricare armi. È gravissimo che un Paese così grande e importante come gli Stati Uniti si faccia portatore di un pensiero così pericoloso. Il futuro è nella cultura, e questa va coltivata attraverso quello che insegniamo alle nuove generazioni. Avevo ventisei anni quando ho interpretato Il pianista, e pensavo di conoscere molto bene quell’orrendo periodo che il film racconta; Interpretandolo invece, mi sono accorto che ne sapevo molto meno. Roman Polański ha fatto un film fondamentale che dimostra come il cinema e in generale l’arte siano essenziali per aiutarci a vivere e per non ripetere gli errori del passato. Per me, come dicevo, quel film è stato importantissimo, e non solo perché mi ha fatto vincere l’Oscar ma proprio perché mi ha insegnato moltissimo, sia come attore sia come uomo. Quello con Polański è stato uno dei set più lunghi su cui abbia mai lavorato e quello di Władysław Szpilman, probabilmente, uno dei personaggi più difficili che abbia mai interpretato: abbiamo girato 16 ore al giorno tutti i giorni: è stato faticosissimo. Inoltre è stata una prova fisica notevole, perché ho dovuto perdere molto peso per dare credibilità al mio personaggio. In più c’era la musica ho dovuto imparare a suonare e a creare con la musica quel rapporto privilegiato che per il regista era fondamentale”.

Per Brody tutti gli attori dovrebbero sentire la responsabilità del personaggio che andranno ad interpretare, anche quando si tratta di un ruolo comico, perché “non c’è niente di più serio del fare una commedia. La commedia è il mezzo più importante che il cinema ha per parlare alla gente”. Da Polański a Wes Anderson
 dunque il passo è breve: “Ho lavorato tante volte con lui. È uno dei miei registi preferiti. È geniale il suo modo di narrare storie e le sue immagine sono uniche. È stato un vero privilegio essere stato accolto dalla sua grande famiglia cinematografica. A Wes devo molto, è stato uno dei primi registi a concedermi di essere buffo. Prima di girare con lui venivo percepito prevalentemente come attore drammatico e questo mi limitava molto. Ho sempre pensato che la bellezza del mestiere dell’attore risieda proprio nella continua esplorazione delle proprie potenzialità, nell’espressione della creatività attraverso vari generi”. E da questo punto di vista non si può certo dire che Brody si sia risparmiato, nella sua lunga e prolifica carriera ha infatti interpretato i personaggi più diversi nei film più svariati, sempre libero dai cliché e in grado di gestire anche i ruoli più ingombranti, gettandosi senza paura nelle esperienze più diverse, come quella di Giallo, dove, diretto da Dario Argento, veste i panni del giovane ispettore di polizia Enzo Avolfi: “È stato divertentissimo lavorare con lui. In America Argento è molto conosciuto. Sono tantissimi i suoi fan d’oltre oceano. Con Giallo ho coronato uno dei miei sogni, quello di recitare appunto con un maestro dell’horror. Sono un appassionato del genere da quando ero bambino. La cosa che più mi ha stupito di Dario è la sua  grande umanità. È una persona generosissima e molto amabile. Era pazzesco vedere come solo un momento prima di girare scene truculente fosse capace di chiacchierare con grande simpatia di cose divertenti. L’esperienza italiana mi è davvero rimasta nel cuore”.

Grande trasporto c’è anche quando l’attore parla della sua esperienza con Spike Lee per il film S.O.S. Summer of Sam - Panico a New York, dove interpreta un cantante punk, e di quella con Peter Jackson con il quale ha girato il remake di  King Kong, “il classico film di cui vantarsi con i nipotini, perché gli effetti speciali sono davvero straordinari ed è stato un lavoro moto particolare lavorare con elementi che sul set non c’erano e poi magicamente appaiono nel film a lavorazione finita”.

Quello con Adrien Brody è stato un incontro ricco di passato e di tanto buon cinema, in cui però c’è stato posto per parlare anche del futuro: “In questo momento sto vivendo un periodo sabbatico, in cui mi sto dedicando alla pittura, mi piace e mi rilassa molto dipingere. Ma non escludo di tornare al cinema sotto un’altra veste, quella di regista. Ho già un paio di progetti in mente, ma non dico nulla per scaramanzia”. Un incontro che avrà anche, nel ricordo di tutti, un’immagine molto chiara: la mamma dell’attore, di professione fotografa, che, con discrezione ma anche con evidente orgoglio, per tutto l’incontro non ha fatto altro che scattare foto immortalanti l’omaggio di Locarno al figlio. 

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