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LOCARNO - Che cos’è un miracolo? È solo un fenomeno soprannaturale che prevede un intervento divino, da intendersi quindi solo da un punto di vista religioso, o è un concetto che può appartenere anche a chi non crede in Dio? E se esiste davvero un’entità superiore in grado di agire dove l’uomo diventa impotente, quando e perché decide di intervenire? Queste sono solo alcune delle domande che Alessandra Celesia, si pone, attraverso le storie diverse che ha deciso di raccontare in Anatomia del miracolo, documentario presentato fuori concorso alla settantesima edizione del Festival di Locarno. La regista valdostana, che ha spesso operato a Parigi, ed è stata già autrice di Il Libraio di Belfast, Mirage à l'Italienne e Le bal, affronta questo tema controverso immergendosi completamente in uno dei luoghi italiani in cui la tradizione del mistero religioso è forse più fitto. Stiamo ovviamente parlando di Napoli, la città dove San Gennaro si manifesta, per i fedeli, attraverso la liquefazione del sangue, e dove esiste una Madonna con un livido sulla guancia, la Madonna dell’Arco, che da secoli raccoglie intorno a sé orde di fedeli, generando isteria e scene di delirio collettivo.

È qui che si incrociano, senza incontrarsi mai, i protagonisti del film: Giusy, una ragazza sulla sedia a rotelle dalla nascita che s’interroga incessantemente sulla propria condizione e il significato del cambiamento; Fabiana, un transessuale devotissimo al culto mariano e capo di un gruppo di fedeli, che vive due esistenze scisse; Sue, pianista coreana alla ricerca di una dimensione spirituale. Le loro storie però sono unite dalla ricerca della regista: come si vive in modo laico il fenomeno del miracolo. “Certo, quando al cinema si parla di miracolo il primo riferimento che viene in mente è ovviamente Rossellini – dice Celesia - a modo mio, ho cercato di avere lo stesso approccio: raccontare come il miracolo sia qualcosa di inesplicabile proprio perché rimanda ad una dimensione altra, diversa da noi e che con i nostri mezzi intellettuali noi non sappiamo interamente spiegare. Ecco perché ho voluto che uno dei personaggi principali del film fosse una ragazza, studiosa di antropologia, che è dichiaratamente atea”.

Il film è stato cooprodotto da La Sarraz, il cui manager Alessandro Borrelli ha dichiarato: “Ho creduto in questo progetto appena ho avuto la possibilità di leggerlo. Le riprese erano già iniziate, ma ho voluto essere presente sia a livello produttivo sia impegnandomi con la nostra divisione che si occupa di distribuzione e che sarà potenziata proprio quest’autunno, quando il film uscirà nelle sale italiane dopo un grande evento che stiamo preparando e che è ancora top secret”. Ma per la regista quale è stata la parte più difficile di questo lavoro, che ha visto passare tre anni dal concepimento alla prima locarnese? “Sicuramente entrare in rapporto con i miei personaggi. In particolare, il trans che all’inizio era molto diffidente, pensava che il mio interesse fosse soprattutto per la sua attività diciamo così lavorativa. Poi invece, quando è stato chiaro che il mio disegno era parlare di cose più personali, più intime, ha deciso di farmi un regalo. E così nel film la vediamo, per sua scelta, in abito da lavoro. Ma chiunque veda il documentario si renderà conto che l’approccio è completamente diverso da quello abituale per queste situazioni”.

Il film è stato presentato il giorno successivo a quello in cui Marco Bellocchio ha mostrato (senza venire a Locarno) il corto Per una rosa, girato a Bobbio con gli allievi del suo corso annuale di cinema. Un tossicodipendente che cerca di disintossicarsi bevendo grappa, una ragazza che cerca di capire il mondo che la circonda, un suicidio vero e un omicidio solo pensato: tanti universi anche qui, per raccontare come sia sempre meglio non fermarsi alle apparenze.

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