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LOCARNO - È un film interamente basato sull’auto-narrazione l’ultimo documentario di Andrea Segre, proiettato fuori concorso al Festival di Locarno. A parlare di sé, filmando tutto ciò che le sta intorno, è Ibi (Ibitocho Sehounbiatou), che dà il titolo al film, una donna migrante che nel Duemila è partita dall’Africa per cercare un futuro migliore in Italia, lasciando nel Benin i tre figli e la madre. Ibi racconta se stessa, la sua Europa, e il suo nuovo compagno di vita Salami, ma soprattutto racconta un percorso, quello che dopo i tre anni di carcere per traffico di droga l’ha portata a ricostruirsi una vita completamente nuova nella sua casa di Castel Volturno, in provincia di Caserta.

Proprio dal carcere parte il suo processo di ricostruzione e integrazione nella comunità: è qui infatti che impara a filmare e fare fotografie ed è grazie a queste nuove esperienze che, una volta libera, comincia a lavorare come fotografa, documentando battesimi, matrimoni, feste religiose. Filma e fotografa per aiutare e sostenere il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati, a cui aderisce assieme a Salami per ottenere il suo permesso di soggiorno, ma anche perché crede fermamente nella necessità di lottare contro le ingiustizie che vincolano le vite di tutti i migranti, a Castel Volturno come nel resto del mondo. E poi ci sono i suoi momenti di vita quotidiana: il suo orto, la grande pentola in cui cucina, i lavori di ristrutturazione della casa in cui vive, i momenti più importanti, quelli che servono per accorciare le distanze fra lei e la sua famiglia, che dopo tanti anni sembra irraggiungibile. Veri e propri video-diari in cui Ibi si rivolge direttamente ai figli o alla madre per mostrare loro la sua nuova vita italiana, per raccontare, come se fossero lì con lei, ogni istante della sua nuova esistenza. Tornare in Benin è il più grande sogno di Ibi, ma non prima di aver ottenuto il permesso di soggiorno. Permesso che non le sarà mai concesso per via dei suoi precedenti, ma anche perché proprio quando l’obiettivo sembra più vicino Ibi si ammala e muore.

“Ho conosciuto Ibi – spiega Segre – proprio attraverso Il Movimento dei Migranti e Rifugiati di Caserta, con cui collaboro da anni - Insieme a loro ho realizzato il film Il sangue verde e mi sono ritrovato spesso a lavorare per diverse iniziative –  così quando ho saputo della sua morte, ho creduto che fosse importante poterla ricordare; anche perché la sua è una storia esemplare, la dimostrazione che un percorso di riabilitazione è sempre possibile ed è importante che anche lo stato lo riconosca. Questa è una vera storia di integrazione. Poi c’è l’aspetto artistico: per questo documentario io e Matteo Calore, che ha curato la fotografia, abbiamo guardato una quantità enorme di video e foto - non siamo nemmeno sicuri di aver guardato tutto, Ibi teneva i suoi girati in enormi sacchetti di carta e non sappiamo se qualcosa ci è sfuggito -  e man mano che procedevamo ci siamo resi conto che nei suoi lavori c’è anche una certa ricerca artistica, a cui ci piacerebbe poter dare il giusto spazio con una mostra”. “Sono convinto che Ibi sarebbe orgogliosa di questo film”, commenta il compagno Salami, anche lui a Locarno, come i tanti amici di Ibi, per assistere alla prima del film: “Ibi stava proprio combattendo per far conoscere la sua difficile condizione, il limbo deleterio di chi è effettivamente integrato con la comunità in cui vive, ma senza essere, in questo senso, legalmente riconosciuto dallo Stato. Sarebbe felice di vedere quello che è stato possibile realizzare con i suoi filmati. La prima volta che ho visto il film finito ho pianto come nel giorno in cui lei è morta”.
Ibi è stato prodotto dalla Jolefilm con Rai Cinema e la collaborazione di ZaLab. Uscirà nelle sale italiane in autunno, mentre l’anteprima italiana sarà al Festival Internazionale di Ferrara.

 In abbinamento al film di Segre è stato proiettato il nuovo cortometraggio di Daniele Gaglianone e Alfie N’ze, Gran Ma; anche qui si racconta l’Africa, e più precisamente la Nigeria. Un ragazzo che scrive rap e ha ottenuto un ingaggio per una festa importante deve improvvisamente abbandonare tutto: suo cugino, che aveva cercato di entrare in Italia, è affondato con il barcone che lo trasportava sul Mediterraneo. Il ragazzo parte con la nonna per raggiungere in un villaggio distante da Lagos la nonna del cugino morto. Un viaggio che è per lui un’occasione di riflessione: le due vecchie odiano la musica che lui compone, hanno paura dei viaggi clandestini, hanno sognato per i loro nipoti un futuro all’università. Il giovane è davvero combattuto. Ma quando il film finisce, scopriamo che il rap da lui solo abbozzato è diventato una canzone vera e propria. C’è un oltre, quindi, un’altra via rispetto all’accettare tutto o ai viaggi in mano ai trafficanti di uomini. Per la prima volta, Gaglianone ci mostra una storia che precede le immagini che quasi ogni giorno i telegiornali ci propongono, ci dettaglia dei personaggi che per noi occidentali sono solo numeri. E lo fa con intensità e con poesia.

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